Di Mara Travella
Era un po’ di tempo che non pensavo alla fame. Qualche anno fa avevo letto un racconto su l’«Internazionale» che parlava proprio di questo, di come ci siamo disabituate/i a pensare alla fame. Oggi ho provato a cercarlo: non l’ho trovato. Me n’è apparso un altro, dal titolo La nostra carestia dell’autrice palestinese Shrouq Aila, datato 9 ottobre 2025.
Ieri ho pensato alla fame perché ne ha parlato l’autrice Ruun Cali, ospite di Chiassoletteraria a dialogo con Annelise Bergman-Zürcher, per un incontro dal titolo Storie d’esilio, storie d’asilo, moderato da Giancarlo Dioniso e con traduzione di Gabriella Soldini.
Ruun Cali dice: quando sono arrivata in Svizzera ho pensato di morire. Avevo così fame, e all’inizio mi hanno dato solo un caffè, un espresso, piccolo così [fa il gesto con le mani], poi un poliziotto mi ha dato il suo panino. Grazie poliziotti.
Lo ripete molte volte, questo grazie: la ringrazia in generale, la Svizzera, per averla accolta. Continuo a pensare alla fame, e ai piatti di pasta e alle ricette che Ruun Cali cucina qui, a questo ribaltamento: dall’avere fame a cucinare per gli altri in un ristorante di Airolo. Ad un certo punto racconta di essere andata a scuola non per imparare a fare la cuoca, ma per vederla, una scuola.
Di fronte alla schiettezza e alla luce dell’autrice di Portata dal vento (Casagrande, 2026), un altro racconto è ospitato sul palco, depositato su carta da una persona con una postura tanto diversa quanto complementare: l’infermiera Annelise Bergmann-Zürcher, la quale ha scritto un libro partendo dalla sua decennale esperienza di infermiera presso un Centro federale per richiedenti l’asilo, un libro che ha scritto non per raccontare «una seconda nascita» – come per Cali – ma per sopravvivere a ciò che ha visto, alla disumanità che ha incontrato, al dolore delle storie che l’hanno scorticata.
Bergmann-Zürcher ha scritto un libro raro perché racconta da dentro una realtà che non vogliamo (ri)conoscere. È lei stessa a dirlo, a raccontare di come ha ponderato con cura quando farlo uscire, quando parlarne, ha riflettuto sulla possibilità di perdere il lavoro, sul privilegio di poterlo fare, e ha capito che non avrebbe più potuto continuare, che scrivere sarebbe stato, forse, un modo per contribuire a comprendere e raccontare meglio le storie delle persone che migrano, non da infermiera, ma da testimone e da autrice.
A sentire Ruun Cali sembra assurdo, quasi stridente, ciò che c’è nelle parole di Annelise Bergmann-Zürcher, eppure tutte e tutti sentiamo che la verità è sempre complessa, che la realtà è fatta di più storie che convivono.
Forse c’è stata una distanza temporale che ha stravolto le carte e i destini, forse è una questione di fortuna e di memoria.
Nel documentario Suole di vento c’è un passaggio in cui Goffredo Fofi racconta di quando, durante gli anni siciliani, a Partinico, vide un bambino morto di fame, un bambino a cui esplose il ventre. «Sto morendo di fame», scriveva Shrouq Ail. In sala, ieri sera, durante la rappresentazione teatrale di Francesca Mannocchi numerose scene di guerra sono passate sotto i nostri occhi, guerre che «si somigliano tutte» come dice lei.
È come se un filo invisibile avesse unito questi incontri, una riflessione sotterranea su ciò che dimentichiamo, su ciò che diamo per scontato: mangiare un piatto di pasta, avere lo stomaco pieno, farcela o non farcela, non conoscere la guerra.
Le recenti discussioni intorno alla limitazione della migrazione in Svizzera mi fanno sentire l’importanza di questi due libri, due contenitori di percorsi che raccontano cosa avviene “qui”, dopo aver superato – se si sopravvive – la fame e la guerra.
«Ho dovuto arrivare molto lontano nello sfinimento, con il bisogno continuo di vomitare e un’angoscia permanente. Disgraziatamente, con conseguenze che forse limiteranno per sempre le mie capacità professionali. È una forma di lutto da affrontare, uno spreco idiota che posso amputare solo a me stessa, ma il cui racconto, così spero, avrà senso se permetterà di rendere visibile ciò che avviene davvero nella realtà dei migranti. Sono sconcertata dalla scarsa curiosità che riscontro a proposito dell’asilo in Svizzera. Non per mancanza di teorie strampalate nell’opinione pubblica, né per disinteresse tra i politici. Sarei propensa ad avanzare una teoria un po’ perentoria, ma assolutamente verificabile: meno le persone conoscono un soggetto, più ne parlano. Ho lavorato per più di dieci anni in un Centro federale e non ho mai visto, nemmeno una volta, un parlamentare fare domande, o almeno visitare il Centro. Lontano dagli occhi, lontano dal cuore?»
(da A. Bergmann-Zürcher,Storie dai margini. Percorso di un’infermiera, trad. di G. Soldini, Lugano, cascioeditore, 2026).