Abate

Durante l’intervento ha sostenuto che “i giornalisti vendono per ciò che scrivono, ma vendono ancora di più per ciò che mostrano” e, fra le righe, ha continuando dicendo “altrimenti non sarebbero mai nati i social network”. Potrebbe elaborare su questo concetto, sul mostrarsi, e spiegarci il suo punto di vista sul fenomeno dei social network?

Frequento i social network, devo ammetterlo, e in alcuni momenti ne faccio anche abuso. Però di tanto in tanto bisogna riportarsi alla normalità. Da un punto di vista giornalistico è sicuramente un’opportunità, ma è anche un ostacolo.

La carta stampata sta infatti vivendo un momento di crisi, e questo è perché molti si chiedono: “Perché comprare il giornale dal momento in cui le notizie le trovo online?”. Questo ovviamente mina un sistema, e un’economia consolidata, che si basavano su regole che adesso devono cambiare, costringendoci a reinventarci. Se prima la notizia aveva un valore basato principalmente sulla notizia in sé, ma anche sulla qualità della scrittura, adesso si considera anche un criterio di velocità. L’avere per primi la notizia prevale sulla qualità della scrittura, dato che ormai gli strumenti ci permettono di tornare sul testo, di migliorarne la stesura, di approfondire.

Il vero problema è che tutto questo il lettore lo vuole gratis. Gli editori non sanno più come retribuire la professionalità del bravo giornalista, se il web non riesce a procurare gli stessi introiti della carta stampata. Anche se il giornalista riesce ad essere il primo, ad elaborare la notizia in modo completo e ad approfondirla, tutto il suo lavoro rischia di non essere sufficiente.

In sostanza quindi, da una parte questi cambiamenti rappresentano un’opportunità, dall’altra parte però fanno quasi paura, perché possono sfociare nel rischio della schiavitù dell’informazione.

 

Durante il suo intervento ci ha raccontato del suo passato come giornalista di cronaca nera. Vorrei chiederle qual’è la sua opinione, soprattutto in seguito all’esperienza del trapianto, riguardo all’interesse del pubblico, che è disposto a investire tempo e denaro, pur di recarsi e vedere con i propri occhi luoghi di morte dove sono accaduti fatti tremendi? Mi riferisco per esempio al “turismo” che il relitto della Costa Concordia ha scaturito. Come vede questo fenomeno?

Io credo esista una responsabilità condivisa. Evidentemente chi fu incaricato di raccontare questi fatti, non fu in grado di farlo con la giusta dose di rispetto e di sacralità. Il fatto che il pubblico senta la necessità di fare una fotografia nel luogo della tragedia della Costa Concordia, un luogo di morte dove hanno perso la vita molte persone, è difficile da capire. Nessuno infatti andrebbe a farsi fare una foto al cimitero, dietro alla lapide dei propri genitori. Direi quindi che anche il pubblico ha parte della responsabilità, in quanto ha sbagliato a recepire la notizia.

Io mi lamento molto con diversi colleghi giornalisti quando vengono pubblicati articoli con titoli simili a “spettacolare incidente”. Mi reco alla loro scrivania e domando: “Spettacolare – per chi? In che senso?”. Non è il racconto di una corsa automobilista di Fast and Furious dove una macchina si ribalta, e si può quindi definire “spettacolare”, in quanto si tratta di un effetto speciale di finzione. Agli incidenti di cronaca nera seguono lutti, e famiglie distrutte, si potrebbe parlare di “tremendo incidente”. Nonostante l’auto abbia fatto otto giravolte, non potrà mai essere definito “spettacolare”.

Bisogna quindi stare molto attenti alle parole che usiamo, e a come raccontiamo, perché evidentemente parte del pubblico è già propensa alla spettacolarizzazione del dolore, del lutto, del fatto di cronaca nera o del fatto delittuoso. Sono fatti gravi e pieni di dolore che vanno quindi rispettati, e raccontati di conseguenza.

 

Per ultimo volevo chiederle qual’è stato il ruolo dell’ironia, molto presente durante l’intervento a Chiasso Letteraria, anche nel raccontare episodi estremamente dolorosi che lei ha vissuto di prima persona, da cui quindi non è distante. Come mai?

A me non piace la presunzione del dolore. Quando una persona è malata può diventare presuntuosa. I malati possono pensare “Il mio dolore è “Il” dolore”, e questa condizione permettere loro di azzerare il dolore degli altri, o di metterle gli altri in secondo piano, dando alla loro sofferenza un valore più basso. Inoltre, ai malati più gravi, tutto ciò è dovuto.

Personalmente questo mi ha sempre dato molto fastidio. Non può esistere una classifica dei dolori, ogni malato ha il suo dolore. Per ogni malato, in quel momento il dolore è la cosa più grande che ha. Di conseguenza il dolore altrui è probabilmente il massimo dolore che abbia mai vissuto, anche se non si tratta di situazioni paragonabili. Bisogna sempre avere rispetto del dolore degli altri, anche quando un malato si trova in una situazione risolvibile, e un altro forse no.

Come si può quindi rispettare il dolore altrui, e pure il proprio stesso dolore? Per prima cosa bisogna cercare di non farlo sentire importante. E per poterlo fare, si può prendere in giro il dolore, e sé stessi. Soltanto quando l’altro dà il pieno consenso di prendere in giro anche il suo dolore, allora si può ironizzare del dolore altrui.

Fra trapiantati farsi battute e prendersi in giro a vicenda è la quotidianità. Ma ce lo possiamo permettere, abbiamo combattuto il Vietnam insieme. In queste situazioni si acquisisce una sensibilità e un rispetto particolare nei confronti delle persone che soffrono; e chi non ci riesce, non ha imparato nulla dalla propria malattia.

 

Intervista di: Manuela S. Fulga