Di Teresa Chiriacò
In che modo poesia e prosa possono essere unite in un dialogo? In questo incontro con Noemi Nagy e Giulia Della Cioppa, moderato da Arianna Limoncello, emerge come il tema del corpo, seppur affrontato tramite linguaggi differenti, costituisca uno spazio comune da cui far partire riflessioni sulla vulnerabilità, sulla malattia e sulle relazioni.
I punti di contatto tra le due autrici sono molteplici: entrambe nate nel 1996, entrambe pubblicate nel 2023. Giulia Della Cioppa esordisce con il romanzo Ventre (Alter Ego Edizioni), mentre Noemi Nagy pubblica la silloge L’osso del collo, contenuta nel Quaderno italiano di poesia contemporanea (n. XVI, edito da Marcos y Marcos), e poi accresciuta in Sottopelle (Samuele Editore) A unirle è soprattutto un dispositivo narrativo forte: il corpo, attraverso cui le rispettive scritture vengono veicolate.
Il corpo significa dolore, perdita, malattia, ma anche ossessione, controllo, performance. In entrambi i casi diventa terreno fertile per interrogare l’identità e le relazioni. Come sottolinea Arianna Limoncello, riprendendo il cuore di questa edizione di ChiassoLetteraria, il corpo si configura come “un vento di rinnovo e cambiamento”.
Alla domanda sul perché entrambe partano proprio dal corpo, le risposte divergono. Nagy racconta che per lei la scrittura nasce dal corpo come soglia: attraversarlo significa giungere a una diversa possibilità di rappresentazione. La malattia entra nella sua scrittura ancora prima che come tema autobiografico, come prospettiva formale. Impone infatti al corpo una posizione diversa rispetto a quella “eretta” della salute: si guarda il mondo da un altrove, da una postura dislocata. Anche la sofferenza psichica altera il modo di percepire la realtà (Nagy parla di una dimensione quasi spiraliforme dell’ansia) trasformando la malattia in un modo di leggere il mondo prima ancora che di raccontarlo.
Per Della Cioppa, invece, il corpo non è un punto di partenza consapevole. Non pensava di voler scrivere del corpo, ma si è accorta progressivamente che quello era il campo in cui la sua scrittura si stava muovendo. Il corpo diventa così il canale primo della vulnerabilità, legato a ciò che definisce il vero topos della sua ossessione: l’impotenza. Da qui emerge anche il tema della gabbia, del corpo come spazio di costrizione.
In Ventre, la protagonista Margherita vive in stato vegetativo dopo un tentato suicidio. In questa condizione orizzontale, l’unico dialogo con l’esterno è affidato al battito delle ciglia: un dispositivo che rende evidente l’incomunicabilità. Margherita e sua madre sono infatti in conflitto e faticano a comprendere i reciproci punti di vista. Della Cioppa insiste sulla “pragmatica del discorso”, ovvero su una forma di comunicazione che esclude la parola. Nel romanzo non c’è un vero dialogo, ma piuttosto un’autonarrazione densa e continua. L’incomunicabilità si manifesta soprattutto nel ricatto implicito che Margherita esercita nei confronti della madre: sottrarle la parola significa sottrarle anche l’unica possibilità di relazione.
Ci si rende conto del perfetto dialogo tra le due autrici proprio quando Nagy riprende il concetto di orizzontalità della malattia, richiamando Virginia Woolf e il suo modo di intendere il corpo malato come accesso a una prospettiva inedita sul mondo. La malattia non è soltanto una condizione fisica o un tema narrativo, ma una diversa postura dello sguardo: il corpo costretto all’orizzontalità modifica radicalmente il rapporto con ciò che circonda il soggetto. In questo senso, la posizione di Margherita in Ventre sembra dialogare profondamente con la riflessione poetica di Nagy: entrambe mostrano come il corpo vulnerabile, dislocato, alterato, finisca per aprire uno spazio percettivo nuovo, capace di incrinare la normalità dello sguardo sano e verticale.
L’incontro tra le due autrici riesce così a costruire un confronto sorprendentemente compatto nonostante la distanza dei linguaggi scelti. Poesia e prosa si intrecciano nel tentativo comune di interrogare il corpo con la scrittura che ne diviene uno strumento per abitare quelle fratture senza necessariamente ricomporle. Ed è forse proprio qui che il dialogo tra le due autrici trova la sua forza più autentica: nella capacità di restare dentro l’incompiuto, nell’accettazione di una fragilità che non chiede di essere risolta ma soltanto guardata più da vicino.