di Arianna Limoncello
Molto di quello che so l’ho imparato in un recinto. Ho trascorso la maggior parte dei miei anni in mezzo ad un rettangolo perimetrato da una rete d’acciaio, verde e spessa, che si intrecciava in lungo e in largo in triangoli annodati come carte di caramelle. Fuori il panorama cambiava, poteva essere verde, giallo, poteva essere scuro e grigio, a seconda della città, del tempo e della stagione, ma dentro era sempre uguale.
Non ho mai particolarmente amato guardare lo sport in tv e il tennis, fra tutte le discipline, è annoverata tra quelle che, in modo molto ignorante, ho sempre considerato noiosa, ripetitiva, poco emozionante. Vedere due giocatori contendersi una pallina per diverse ore consecutive non ha mai attirato la mia attenzione e ho poca familiarità con termini quali set, ace o drop-shot. Poi mi è capitato finalmente di vedere il film di Luca Guadagnigno, Challengers (del 2024), dove una strepitosa Zendaya (nel film Tushi Duncan, una famosa giocatrice) pronuncia ad un certo punto la frase “Il tennis è relazione”. Quel film mi ha permesso di smussare la mia rigidità nei confronti di questo sport e ho iniziato a percepirlo non tanto come una lunga competizione fisica, ma come uno scambio, una connessione intima e generatrice di significato. Così, quando ho scoperto che il nuovo libro di Giulia Della Cioppa aveva una rete di un campo da tennis in copertina, la curiosità ha spazzato via le ultime briciole di scetticismo che nutrivo nei confronti di questo sport. Giulia mi aveva già convinta appieno con il suo conturbante romanzo d’esordio Ventre (alterego, 2023), densissimo nella sua brevità, una storia di rinascita, di riappropriazione di sé in seguito ad una volontà di liberarsi di quello stesso sé (la protagonista è Margherita, una ventenne che si trova in stato vegetativo in seguito ad un fallimentare tentativo di suicidarsi). Superfluo ammettere che, di conseguenza, mi sono precipitata in libreria a inizio marzo per procurarmene subito una copia, colma di aspettative e di entusiasmo nel ritrovare la scrittura di Giulia che avevo tanto apprezzato. E ho capito, nonostante fosse un libro sul tennis, che di tennis proprio non parlava (o almeno, ne parlava solo ad un primo livello).
“La mancina” del titolo è l’appellativo con cui viene soprannominata Aleni, la protagonista della narrazione, che seguiamo dall’infanzia sino all’inoltrata adolescenza: essere mancina è il tratto caratteristico che la rende un’avversaria imprevedibile nello sport in cui sembra essere predestinata, il tennis. Essere mancina è anche la caratteristica (l’unica?) che la accomuna al padre, Nico, che rappresenta il motivo per cui Aleni ha iniziato a giocare a tennis. È lui, infatti, a portarla a nove anni dall’uomo dal cappello bianco, l’unico allenatore che tiene dei corsi nel circondario; è lui a seguire il percorso di Aleni, tappa dopo tappa, con il naso schiacciato contro il reticolato del campo da tennis; è ancora lui a collocare la figlia sulla strada della predestinazione, edificata su aspettative e volontà di riscatto a più livelli.
Nico si fa duecentosessanta chilometri all’andata e altrettanti al ritorno per assistere alle mie partite. È l’unico dei padri che non si perde un match e prego ogni giorno che abbia avuto un imprevisto e che la macchina l’abbia lasciato a piedi, per non vederlo attaccato con le mani alla recinzione.
Aleni, “la mancina”, ha il destino già scritto, ma la strada (anzi, il campo) per realizzarlo è impervia e piena di buche, che le rendono il gioco difficoltoso. Un primo ostacolo è rappresentato dalla madre Marina, che, al contrario di Nico, non perde occasione per sminuire e ridicolizzare l’essenza della figlia, per remare contro la sua strada prestabilita. Un’altra voragine sul tracciato di Aleni è rappresentata dal confronto con le avversarie, spesso raffigurate come agili animali esotici che accendono nella mancina paura e senso di insicurezza per un corpo non conforme e una scarsa agilità. E poi ci sono l’ossessione per la fatica, la rigidità della routine sportiva, le qualificazioni, l’incapacità di autogratificazione di una vittoria, il controllo di sé e del proprio corpo.
Pensavo di conoscere la portata di una vita votata al sacrificio sportivo, avevo persino creduto di averne accettato il prezzo. Non immaginavo la mia vita senza che questa richieda al mio corpo di sfinirsi, di contenersi, di privarsi.
Il campo da tennis, il recinto dell’incipit, in cui si sviluppa la vicenda diventa lo spazio di crescita e sperimentazione relazionale che a tratti ricorda un altro recinto, quello claustrofobico del corpo inerme di Margherita in Ventre. Un terreno dove costruire un rapporto fatto di colpi contati, di linee bianche e intersezioni, di volti frammentati in triangoli regolari, dove svilupparsi sotto gli occhi degli spettatori (dello spettatore), dove parlare da sola e capire
Punto dopo punto, che il tennis è prima di tutto un esercizio di osservazione della solitudine dell’altro.
Giulia Della Cioppa sarà ospite a ChiassoLetteraria sabato 9 maggio alle 15.00 insieme a Noemi Nagy per esplorare le metamorfosi del corpo e parlare di come un corpo in disfacimento (per lo sport, per la malattia, per le relazioni in cui si muove) possa forse essere terreno fertile di un nuovo inizio.