di Teresa Chiriacò
In Crescere senza virgole, Myriam Wahli costruisce un’esperienza di lettura che è prima di tutto corporea. Già dalla copertina (due mani che stringono un tronco) emerge una tensione primaria tra corpo e mondo. Ed è proprio così che si apre il libro: una bambina avvolge con le braccia la corteccia di un noce, anticipando già il grande tema della piena assimilazione dell’io con la natura.
Fin dalle prime righe, chi legge si trova immerso in una lingua che ha rinunciato a uno dei suoi strumenti più ordinari: la virgola.Questa scelta formale non è un semplice esperimento stilistico, ma un dispositivo narrativo che incide profondamente sul ritmo e sulla percezione del testo.
Le frasi, scandite esclusivamente da punti, si allungano e si contraggono senza i consueti appigli, producendo una cadenza inizialmente incespicante.
Si legge cercando un respiro che non arriva, un’indicazione che orienti il tono mentale della voce narrante. Ma proprio in questa difficoltà iniziale si annida la chiave del libro: più si prosegue, più ci si abitua a questo flusso ininterrotto, fino a lasciarsi trascinare in una corrente che restituisce, con sorprendente precisione, la logica dell’infanzia.
L’assenza di virgole diventa allora metafora e, insieme, la sua applicazione.
Se gli adulti aggiungono strati su strati alla realtà, complicando ciò che è semplice, la scrittura della bambina protagonista si oppone a questo uso: «Ho rotto il contratto con gli strati», afferma a un certo punto, dichiarando una forma di disobbedienza che è linguistica ma anche esistenziale.
Le virgole, in questo senso, possono essere lette come quei piccoli dispositivi di ordine e controllo con cui il mondo adulto organizza l’esperienza, la rende digeribile spezzandola in porzioni comprensibili. Rinunciarvi significa rifiutare una normatività implicita, scegliere una percezione meno mediata del reale ma forse più autentica.
Lo sguardo infantile che attraversa il libro è acuto e disarmante. Gli adulti appaiono come figure che compiono azioni spesso insensate, prigioniere di convenzioni mai davvero spiegate. Sono le «regole fantasma»: norme condivise da tutti ma trasmesse in modo opaco, mai esplicitate fino in fondo. Perché le bambine devono portare le trecce? Perché esiste un modo giusto di essere femmina? La protagonista non si conforma a queste aspettative, e la madre la descrive con una certa frustrazione come un terzo figlio maschio, segnando così la distanza tra ciò che è e ciò che dovrebbe essere.
In questo contesto, la natura assume un ruolo fondamentale. Crescere in campagna significa apprendere attraverso il corpo e l’osservazione diretta e quotidiana dell’esterno: gli alberi, gli animali, i cicli naturali offrono un sapere che non passa dalle parole ma dall’esperienza. E proprio le parole, nel libro, sono oggetto di una riflessione costante: appaiono spesso inadeguate, troppo grandi o troppo vaghe, incapaci di contenere ciò che dovrebbero significare. Una volta pronunciate, sembrano svuotarsi, diventare impalpabili.
Rifiutare le virgole significa rifiutare una visione frammentata e addomesticata della realtà, per affermare invece una continuità tra sé e il mondo, tra il corpo e ciò che lo circonda: «Siamo io il sole e l’albero».
Crescere senza virgole è così un piccolo libro che lavora in profondità, mettendo in discussione non solo le convenzioni linguistiche, ma anche quelle sociali e percettive. Attraverso una voce infantile che non si piega alle regole, Wahli restituisce un’infanzia che è forza critica, capace di smascherare le costruzioni arbitrarie degli adulti e di immaginare, anche solo per la durata di una lettura, un modo diverso di stare al mondo.