Catella Sara

Sara Catella

Lugano, 1980

Dopo il liceo che frequenta a Como, studia Lettere e filosofia all’università Statale a Milano.

Nel 2013 si trasferisce a Berna con il marito e i tre figli.
Si diploma all’Istituto letterario svizzero di Bienne e in seguito ottiene un Master in scrittura e traduzione alla Berner Fachhochschule.
Partecipa a progetti di scrittura e traduzione, come Loop It Baby per Printemps de la poésie 2022, Souvenirs de voyage, (nAutre édition, 2018), Pièces Assemblées, pubblicazione collettiva del Festival FAR, Nyon 2017. Per le Edizioni Casagrande ha tradotto il saggio di Georges Didi-Huberman Passare a ogni costo (con Gregory Catella, 2019) e ha pubblicato il romanzo Le malorose. Confidenze di una levatrice, (Edizioni Casagrande, 2022). A ChiassoLetteraria presenterà in anteprima Perché non esiste più la panna montata che mangiavo da bambina (Edizioni Casagrande, 2026).

In dialogo con la scrittrice e giornalista Claudia Quadri. Con traduzione dal francese di Romana Manzoni Agliati.

Incipit

Incipit di Sara Catella. Perché non esiste più la panna montata che mangiavo da bambina (Edizioni Casagrande, 2026)

Mi sembra che oggi i bagni abbiano tutti lo stesso sentore.
Profumo di violetta o limone o eucalipto.
Nell’anno in cui le coste adriatiche furono invase dalla mucillagine e finì la guerra tra Iran e Iraq, i bagni che conoscevo avevano un altro odore.

Frequentavo la terza elementare e più di tutto bramavo due cose: un paio di scarpe blu marine di stoffa e la standardizzazione dei gusti e degli odori di casa.
Mi sarebbe bastato avere anche solo una saponetta rosa, come tutti. Desideravo una saponetta ovale, che tra le mani si riempisse di schiuma e di bolle iridescenti; speravo che, asciugandomi le mani e annusandole, profumassero di buono, e immaginavo che anche il cesso potesse impregnarsi di quel sentore floreale.
Da noi non era così.
Non conoscevo nessun altro che in casa aveva quei blocchetti grigiastri per lavarsi.
Li facevamo in garage, due o tre volte l’anno, mischiando l’olio d’oliva, la soda caustica e la cenere della stufa.
L’impasto asciugava per qualche giorno dentro teglie di metallo, poi veniva tagliato a cubotti e si metteva in dispensa.
Si usava anche per i panni, era lo stesso sapone diluito in acqua che diventava la lisciva.
A me lasciava la pelle delle mani tutta secca, e poi puzzava.
Quegli odori che non esistono più…