di Sofia Perissinotto
L’ultima giornata di Chiassoletteraria si apre con il giornalista Rami Abou Jamous, in collegamento dalla Striscia di Gaza, in dialogo con il reporter Emiliano Bos. Traduce Romana Manzoni.
Emiliano Bos inizia dai dati perché, dice, parlare di Gaza obbliga a parlare di numeri, necessari per capire la magnitudo dell’orrore. In questi due anni e mezzo, l’esercito israeliano ha ucciso 260 giornalisti e ne trattiene oltre un centinaio. Le vittime accertate, secondo le autorità locali, sono 72000, a cui si aggiungono oltre 170000 feriti, 10000 persone ancora sotto le macerie, decine di migliaia di amputati per bombardamenti e oltre un milione di gazawi che non sono tornati nelle loro case. La testimonianza di Rami Abou Jamous è il tentativo di restituire nomi e storie, una reazione alla disumanizzazione che ogni cifra porta con sé.
Rami Abou Jamous è un reporter e giornalista palestinese, che ha scelto di restare nella Striscia di Gaza per testimoniare il massacro sistematico dei civili. Ma è anche un papà, che cerca di proteggere suo figlio. È da questo paradosso che nasce il libro Le stelle brillano più forte: in cui il giornalista resta e testimonia mentre il padre protegge, raccontando bugie.
Istantanea
L’incontro inizia con una restituzione di ciò che accade oggi nella Striscia. Il quotidiano, dice Jamous, non è cambiato, il genocidio è sempre in corso, mezz’ora prima del collegamento c’è stato un altro bombardamento, che probabilmente ha ucciso tre persone. La situazione a livello umanitario è catastrofica. Tutti i giorni al posto dei 600 camion previsti dagli accordi, ne entrano 200, di cui la metà trasporta beni privati, che sono venduti a prezzi alti. La metà della popolazione di Gaza vive nelle tende e Israele continua a occupare parte del territorio gazawi.
Gazacidio
Le parole sono importanti. Bos ricorda il dibattito sul termine genocidio, definizione che è stata confermata da una Convenzione delle Nazioni Unite. Jamous ha però coniato il termine gazacidio, perché quello che è in corso in Palestina, sostiene, non è solo un genocidio: in Palestina non c’è solo una pulizia etnica, non si sta solo distruggendo un popolo, ma si sta uccidendo tutto: la terra, l’aria, la storia, Gaza nel suo insieme.
Umiliazione
La guerra ha molte facce, non è fatta solo di bombe e distruzione. C’è anche l’umiliazione: l’umiliazione di dover lasciare la propria casa, di essere a terra, feriti, e non venire soccorsi, di morire per strada, da soli. L’umiliazione è un’arma di guerra (estratto Le stelle brillano più forte).
L’umiliazione, dice Jamous, è la cosa peggiore. L’umiliazione è quando l’esercito israeliano obbliga a perdere dignità in casa propria, nella propria terra. È quando i bambini gridano, perché hanno fame; quando sono sotto le macerie e non si può seppellirli; quando chiedono da mangiare un pomodoro, che non c’è. L’umiliazione è nelle cose più banali. Vuol dire essere a piedi nudi perché si è dovuti scappare velocemente. Questa è la realtà di Gaza city.
Le stelle brillano più forte
Fierezza è il nome che Jamous dà alla tenda in cui, per alcuni mesi, vive con la famiglia dopo che l’esercito israeliano ha iniziato a bombardare le abitazioni dei civili, costringendoli a lasciare casa. La tenda rappresenta la fierezza di essere palestinese, la fierezza di rimanere.
Jamous, dopo il 7 ottobre, avrebbe potuto lasciare Gaza, ma ha deciso di restare, per testimoniare. Suo figlio Walid, aveva due anni. Per lui ha creato così un mondo altro, parallelo, in cui i bombardamenti sono fuochi d’artificio a cui bisogna applaudire e i droni sono stelle. La quotidianità è diventata qualcosa di prezioso, da proteggere e custodire. Ha iniziato a raccontarla anche in Gaza. Vie, un gruppo whatsapp in cui testimoniava il genocidio ma anche la vita di Walid, alle prese con la scoperta del mondo. Da quel materiale, composto di scene di vita quotidiana, nasce il libro Le stelle brillano più forte; che prende forma anche grazie a messaggi vocali che, per tre mesi, invia periodicamente a una giornalista, che trascrive le sue storie.
Walid, nei video e nelle pagine, è un bambino felice, che ride e gioca. Per Jamous rifiutare l’umiliazione è un messaggio universale: vedere le stelle, oltre i doni, è la volontà di vedere speranza e non morte.
Bisogna sperare. Altrimenti non è vita, altrimenti non resti in vita. Malgrado i bombardamenti, il genocidio e la situazione catastrofica, la speranza deve continuare ad esserci. Permette di restare in piedi. I nostri bambini meritano speranza, formazione, sanità, una vita con la gioia e la libertà.
Bos ricorda come la guerra nella Striscia è una guerra senza profughi. Gaza è spesso definita una prigione a cielo aperto, da cui pochissimi riescono a scappare. Ad oggi, almeno 18000 persone avrebbero bisogno di supporto sanitario urgente, ma non vengono autorizzate a uscire da Israele.
Jamous, dunque, ha scelto di restare, nonostante tutto. Alla richiesta delle ragioni, risponde così:
Ho scelto di restare perché è un modo di resistere. Ho scelto di restare perché se tutti se ne vanno, se non restano giornalisti, chi racconterà? Non c’è solo un genocidio storico ma anche mediatico. Le immagini che facciamo arrivare in occidente sono sempre messe in discussione. Bisogna dimostrare sempre di più dell’altra parte. Ho deciso di rimanere, so che rischio la vita, e che rischia la mia famiglia, ma è il prezzo da pagare per la libertà e la Palestina. Credo che una penna valga più di un razzo. Mi auguro che un domani mio figlio non me ne voglia per questa scelta, ma che sia fiero di suo padre.
Memoria
Tra i tanti temi di Le stelle brillano più forte, uno spazio importante è dedicato a quello della memoria. In alcune pagine del libro Jamous parla di come, prima di lasciare casa, sistemi alcuni oggetti per preservare la memoria famigliare, in caso di ritorno. Conservare la memoria, all’interno di un’operazione di pulizia etnica, è un profondo gesto di resistenza. Anche il libro che ha scritto a che fare con la memoria, è un modo per dare un nome ad alcune di quelle persone che sono state uccise, e che devono rimanere nella memoria collettiva.
Futuro
Jamous conclude l’incontro parlando di quello che sarà.
Israele ha l’obiettivo di farci vivere una non vita, una vita di umiliazione. Lo scopo finale è espellerci dalla nostra terra. Io spero che si smettano di usare eufemismi e si inizi a parlare di quello che è, una deportazione. Noi resisteremo fino alla fine. Anche se c’è connivenza e silenzio da parte della comunità internazionale, noi puntiamo sulla mobilitazione della popolazione internazionale.
Perché la Palestina possa vivere a fianco di Israele, in pace, libera e indipendente.