Incontro con Sara Catella e Myriam Wahli (moderato da Claudia Quadri)
Di Giuditta Wiesendanger
La pelle d’oca, il mal di pancia, la testa leggera: il corpo urla prima che la mente capisca. Da bambine, ci fidiamo di queste reazioni istintive, scoprendo chi siamo e come il mondo ci colpisce, senza troppi pensieri. Poi, cresciamo, e questi “filtri” si mettono in mezzo. Quello che il corpo diceva con gesti e sensazioni, ora passa per la testa, spesso perdendo la sua forza. L’incontro a ChiassoLetteraria 2026 con Sara Catella e Myriam Wahli ha messo a nudo proprio questo: come l’infanzia, le origini e il rapporto con il proprio corpo e il mondo fuori forgiano chi siamo.
Entrambe le autrici, attraverso i loro racconti ci hanno guidato nella loro infanzia, un’infanzia dove il “sentirsi diverse” era la normalità. Sara Catella, con il suo cognome “Di Addezio” e le radici tra Abruzzo e Ticino, si è sentita diversa nella Lugano degli anni ’80. Il suo libro, Perché non esiste più la panna montata che mangiavo da bambina (Edizioni Casagrande, 2026), è un tuffo nei ricordi e nei pensieri che l’hanno accompagnata crescendo.
Incipit di Sara Catella. Perché non esiste più la panna montata che mangiavo da bambina (Edizioni Casagrande, 2026)
Mi sembra che oggi i bagni abbiano tutti lo stesso sentore.
Profumo di violetta o limone o eucalipto.
Nell’anno in cui le coste adriatiche furono invase dalla mucillagine e finì la guerra tra Iran e Iraq, i bagni che conoscevo avevano un altro odore.Frequentavo la terza elementare e più di tutto bramavo due cose: un paio di scarpe blu marine di stoffa e la standardizzazione dei gusti e degli odori di casa.
Mi sarebbe bastato avere anche solo una saponetta rosa, come tutti. Desideravo una saponetta ovale, che tra le mani si riempisse di schiuma e di bolle iridescenti; speravo che, asciugandomi le mani e annusandole, profumassero di buono, e immaginavo che anche il cesso potesse impregnarsi di quel sentore floreale.
Da noi non era così.
Non conoscevo nessun altro che in casa aveva quei blocchetti grigiastri per lavarsi.
Li facevamo in garage, due o tre volte l’anno, mischiando l’olio d’oliva, la soda caustica e la cenere della stufa.
L’impasto asciugava per qualche giorno dentro teglie di metallo, poi veniva tagliato a cubotti e si metteva in dispensa.
Si usava anche per i panni, era lo stesso sapone diluito in acqua che diventava la lisciva.
A me lasciava la pelle delle mani tutta secca, e poi puzzava.
Quegli odori che non esistono più…
Myriam Wahli, in Crescere senza virgole (Armando Dadò Editore, 2026), ci mostra una bambina a disagio, che non si sente a suo agio nemmeno in famiglia. La sua scrittura, senza virgole, è lo specchio di questa fatica a capire le “regole fantasma” degli adulti, quelle non dette che confondono i bambini.
Frammento di Myriam Wahli. Crescere senza virgole (Armando Dadó Editore, 2025)
Vogliano a tutti i costi che s’impari in fretta a parlare che si capisca in fretta quello che dicono loro e che ci sia in fretta una persona in più sulla faccia della terra pronta ad accettare le parole che mettono sulle cose per esempio sul noce o su di me in mutande che stringo il noce. Così i pezzi restano insieme e una spennellata di parole fissa il tutto ben bene. Poi però ci sono anche quelle idee che non si sa bene da dove vengano e non ti sembra che sia venuto qualcuno a metterle in testa eppure ci sono.
Il corpo, in questi racconti, è più di un contenitore. È un modo per capire chi sei e per ribellarti. Sara Catella si sentiva frustrata da bambina perché non era bionda e “emancipata” come sua madre, ma scura e più “contadina”. Per Myriam Wahli, la ribellione della bambina è un gesto forte: tagliarsi i capelli. Un atto senza permesso, una dichiarazione di indipendenza, un rifiuto di come il mondo adulto vuole che sia il corpo di una donna. È un modo per dire “io sono così”, anche se va contro le aspettative.
A plasmare la mente bambina in una adulta ci sono altre forze: le lingue, le religioni, le regole sociali. Catella, cresciuta con dialetti abruzzesi e ticinesi, ha messo queste “lingue” nella sua scrittura, riconoscendo quanto abbiano contato per i suoi ricordi e per la sua identità. Le sue esperienze con le superstizioni e il senso di colpa religioso mostrano come le credenze possano mettere paletti fin da piccoli. Myriam Wahli, invece, racconta le difficoltà della bambina con le questioni religiose e le “regole fantasma” degli adulti alla scuola domenicale.
Un punto cruciale dell’incontro è stata la rivelazione di Myriam Wahli sulla sua diagnosi di autismo, arrivata dopo aver scritto il libro. Questa scoperta le ha permesso di rileggere il suo stesso testo e di capire come l’autismo possa arricchire la sua scrittura, dando una visione unica e sensoriale del mondo. L’autismo, spesso visto come un problema, diventa qui una lente che permette di osservare e raccontare la realtà con una profondità e originalità che rendono la narrazione più ricca.
Ciò che emerge da questi racconti è l’invito a non dimenticare mai la voce delle bambine che siamo state, a onorare le nostre origini e a celebrare le sfumature che ci rendono uniche.




© Michela di Savino