Di Dana Lazzaro
Al centro dell’opera di Clara Usón si trova, invariabilmente, l’essere umano: le sue contraddizioni, le fragilità e le zone d’ombra che emergono nei contesti più estremi. In dialogo con l’editore e creatore di contenuti Marco Cantoni, tradotto dallo spagnolo da Rossana Ottolini, l’autrice ha ribadito con forza questa impostazione della sua scrittura: sono i personaggi, prima di tutto, a guidare la narrazione. Figure immerse in scenari storici segnati dalla violenza diventano il punto d’accesso attraverso cui esplorare le tensioni più profonde della natura umana.
Autrice di nove romanzi, di cui cinque pubblicati in italiano (tra i più noti La figlia e il recente Le belve, entrambi editi da Sellerio nella versione italiana), Usón costruisce la propria narrativa a partire da scenari storici e politici fortemente polarizzati. Il suo processo creativo parte da uno studio rigoroso di figure storiche reali, spesso giovani donne: vittime, come nel caso di Ana (La figlia), o carnefici, come la terrorista dell’ETA Idoia López Riaño (Le belve). Nel corso della ricerca prende forma una trama parallela, di finzione, che si intreccia ai fatti storici. È proprio questa sovrapposizione tra realtà e invenzione a permettere all’autrice di prendere distanza dal materiale storico e di infondere nuova vita ai personaggi attraverso la narrativa
I romanzi di Usón si muovono all’interno della storia recente europea: dalla guerra nei Balcani evocata in La figlia, alla realtà del terrorismo e della “guerra sporca” nei Paesi Baschi degli anni Ottanta in Le belve. Il suo interesse, però, non è mai quello di “fare politica”, ma di osservare l’essere umano immerso in situazioni di polarizzazione e di violenza. Una scelta che, come ha raccontato, le ha anche creato problemi, portando in alcuni casi a una minore esposizione mediatica. L’interesse per la storia recente, in particolare per quanto riguarda la violenza dell’ETA e del terrorismo di Stato dei GAL in Le belve, ha per Usón anche una dimensione personale, legata ad un periodo storico che ha vissuto direttamente. La distanza storica breve consente una narrazione più immediata e soggettiva, capace di restituire al lettore l’impatto emotivo di quegli anni.
All’interno di questo orizzonte si colloca anche uno dei temi centrali della sua opera: la natura del male. Le persone che compiono atti di violenza estrema, osserva Usón, non sono sempre “negative” in ogni aspetto della loro vita. Citando il caso di Ratko Mladić (La figlia), ricorda come un uomo responsabile di un genocidio possa essere, al tempo stesso, un padre affettuoso e un marito devoto. Da qui nasce una delle domande cardine della sua narrativa: in che modo qualcuno arriva a trasformarsi in un mostro? E che cosa permette a quel mostro, che secondo l’autrice esiste in ogni individuo, di emergere? La figura paterna, ricorrente nei suoi romanzi, incarna spesso questa frattura: individui capaci di affetto e, allo stesso tempo, coinvolti in dinamiche di violenza o repressione.
Al termine dell’incontro, in riferimento al momento presente, l’autrice ha sottolineato come l’eccesso di informazioni della nostra epoca produca paradossalmente un effetto di passività e impotenza di fronte alle tragedie contemporanee. Da qui l’esortazione a superare questo stato di inerzia e riattivare una forma di reazione. Se la letteratura non ha il compito di generare movimenti o trasformazioni politiche dirette, può però contribuire alla comprensione, offrendo uno sguardo più profondo sull’altro e sulle zone più ambigue e contraddittorie del cuore umano.

A seguire, un breve approfondimento del suo ultimo romanzo, Le belve (traduzione di Silvia Sichel, Sellerio, 2026).
Clara Usón ci riporta nella Spagna post-franchista degli anni Ottanta. Le belve alterna realtà storica e finzione narrativa, mettendo al centro due voci femminili: da un lato Idoia López Riaño, soprannominata “la Tigresa”, figura storica dell’ETA e volto iconico della lotta armata; dall’altro Miren, un’adolescente che cresce nell’ombra della violenza dei Paesi Baschi, figlia di un poliziotto legato ai GAL (Gruppi Antiterroristici di Liberazione), le squadre clandestine protagoniste della “guerra sporca” contro i militanti dell’ETA.
Le belve ricostruisce la storia di Idoia alternando documentazione storica e interventi diretti della protagonista, nei quali offre la sua versione dei fatti. Ne emerge un ritratto profondamente complesso: quello di una donna vittima di un racconto mediatico sessualizzato e della misoginia dei suoi stessi compagni, che rivendica il proprio ruolo di combattente in una rivoluzione anche femminista; e, allo stesso tempo, quello di terrorista fanatica che uccide in nome di una lotta armata nazionalista, definita all’inizio del libro come “esclusivista” e “xenofoba” (p. 19), che la rende carnefice di attentati in cui hanno perso la vita anche donne e bambini.
A questa figura si contrappone Miren, adolescente alla ricerca di sé stessa che si ritrova a vivere in un contesto di violenza che permea ogni strato della sua vita quotidiana: da quella politica dell’ETA e dei GAL a quella degli abusi domestici del padre. In questo scenario, Miren rifiuta di schierarsi: “Lei aveva imparato a mostrarsi accomodante, a stare a sentire tutti senza farsi coinvolgere né prendere partito” (p. 152) e vorrebbe solo fuggire dall’atmosfera soffocante dei Paesi Baschi di quegli anni. Nonostante ciò, le sarà impossibile non rimanere segnata dal conflitto e si porterà dietro i traumi di una violenza onnipresente che non ammette spettatori.
Accanto alle vicende di Idoia e Miren, Le belve lascia spazio anche alla voce di Amadeo, poliziotto vicino ai GAL, in un intreccio di trame che convergono verso un tragico epilogo. Attraverso le loro voci e la loro introspezione psicologica, il romanzo mostra la complessità dei Paesi Baschi dell’epoca, e in particolare mostra come, dietro alle organizzazioni, alle ideologie e ad atti di estrema violenza, ci siano singole persone. Ed è proprio nel momento in cui si smette di vedere l’altro come un individuo che gli esseri umani diventano “belve”.
Così Idoia giustifica gli omicidi dell’ETA nel romanzo: “noi non uccidevamo persone, io non avevo mai visto quegli uomini prima, non sapevo nemmeno che faccia avessero; noi giustiziavamo le uniformi, uniformi delle forze di occupazione” (p. 113). Eppure, dietro a quelle uniformi ci sono individui, ed è proprio questo che il romanzo eccelle nel ricordare. Se da un lato i fatti di cronaca riducono le vittime a semplici numeri attraverso “l’effetto disumanizzante del gergo giornalistico” (p. 15), dall’altro è proprio il compito della letteratura restituire complessità e umanità tanto alle vittime quanto ai carnefici, esplorando la linea sottile che li separa.


© Omar Cartulano