Veronica Raimo: quando la finzione smaschera il reale

di Teresa Chiriacò

La prima volta che mi è capitato di sentire il nome di Veronica Raimo è stato alcuni anni fa. Vagando tra gli scaffali della libreria scolastica mi sono imbattuta in un titolo che ha richiamato immediatamentela mia attenzione: Miden (2018). Non sapevo ancora che si trattasse di una delle voci più originali della narrativa italiana contemporanea, capace di muoversi con disinvoltura tra generi diversi, dalla fantascienza distopica al romanzo di famiglia autofinzionale.

Mi sono lasciata guidare da quel nome mai sentito prima che, senza che me ne rendessi conto, già solo con la sua sonorità mi stava aprendo le porte di una città-stato apparentemente utopica.

A Miden, infatti, il sistema giudiziario si fonda sulla percezione soggettiva degli individui e sul vissuto della vittima più che su prove oggettive: un meccanismo che, pur nascendo con l’intento di riconoscere e dare centralità all’esperienza di chi subisce violenza, finisce inevitabilmente per generare anche decisioni errate da parte degli organi chiamati a giudicare.

A una prima lettura, una simile impostazione potrebbe sembrare il punto di partenza per una critica alla centralità della testimonianza delle vittime o, più in generale, alle istanze del femminismo contemporaneo. Potrebbe cioè apparire come una presa di posizione polemica che mette in discussione la legittimità di un approccio che privilegia il vissuto soggettivo rispetto alla dimostrazione fattuale dei fatti.

In realtà, la distopia costruita dall’autrice sembra muoversi in una direzione diversa. Più che attaccare il femminismo, il testo sembra interrogarsi sui rischi che emergono quando un sistema nato per correggere una storica asimmetria di potere si radicalizza fino a perdere la capacità di mantenere l’equilibrio. La società descritta diventa così un dispositivo critico: mostra come il tentativo di rovesciare il patriarcato possa, se portato all’estremo e tradotto in un apparato normativo rigido, finire per riprodurre nuove forme di dominio.

L’apparente utopia della città-stato, quindi, non rappresenta tanto una critica alle rivendicazioni femministe quanto un monito verso qualsiasi struttura di potere che, nel momento in cui pretende di fondarsi su una verità indiscutibile, rischia di trasformare la ricerca di giustizia in un sistema altrettanto cieco ed escludente quanto quello che voleva superare.

La manipolazione della realtà come strumento conoscitivo ricorre spesso nei testi di Raimo: lo stesso avviene infatti, seppur in forma diversa, anche nel suo romanzo Niente di vero (2022).

In questo testo l’autrice si sovrappone alla protagonista, Veronica, adottando la forma del Bildungsroman per sovvertirne gli assi narrativi tipici e arrivando a costruire, di fatto, un romanzo di non-formazione. Sin dall’infazia, Veronica usa la menzogna per generare coerenza nelle proprie azioni sconclusionate. E così, non solo la verità romanzesca non coincide con la realtà dei fatti, ma la memoria stessa viene consapevolmente sabotata e rielaborata in funzione del testo.

Attraverso un’ironia marcata e sapiente, Raimo racconta fatti di natura famigliare: conflitti, difficoltà, problemi, incomprensioni. Smantella la retorica della famiglia tradizionale, tramutandola nel nucleo delle ansie e del fraintendimento. A questo si affianca l’immaturità persistente della protagonista: a differenza del romanzo di formazione classico, in cui ci si aspetta che le difficoltà conducano a una maturazione interiore, Veronica non raggiunge alcun riscatto. La sua esperienza si condensa piuttosto in episodi di vergogna e inadeguatezza.

Certamente, con una simile impostazione narrativa, lo stile non può che essere essenziale: frasi brevi e lessico colloquiale si affiancano all’assenza di un ordine cronologico lineare e alla scelta di una narrazione per episodi, elementi che nel loro insieme contribuiscono a ricreare la familiarità e l’immediatezza del linguaggio quotidiano.

In sintesi, Veronica Raimo si delinea come un’autrice che utilizza la finzione letteraria per far emergere verità scomode, rifiutando parabole edificanti e preferendo abitare le contraddizioni irrisolte dell’individuo e della società.

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