di Mara Travella

«I’ve always been fascinated how we humans continually create order out of randomness, how our brains constuct ‘composition’ out of the haphazard sounds and visuals of everyday life» Tim Story

Spazio Lampo, ore 18 :30. Otto altoparlanti, poche sedie al centro, e i primi curiosi, che entrano, si salutano, ascoltano. Francesco e Aline, dopo averci lasciati a sentire in sottofondo le note di pianoforte, prendono parola, e spiegano – a noi, digiuni di quest’esperienza – che cos’è The Roedelius Cells.

L’installazione – che è stata in Austria, poi in Tenessee – approda stasera nella vetrina di Chiasso per coinvolgere il pubblico di Chiassoletteraria (e non) in un’ esperienza fisica e sonora. Sonora, perché il progetto si compone delle musiche di pianoforte di Hans Joachim Roedelius, organizzate dal compositore e musicista americano Tim Story; e fisica, poiché si chiede a chi ci entra di prenderne parte, di muoversi all’interno dello spazio minimale, di fruire dell’opera da diverse angolazioni.

Non siamo più abituati a fermarci. Allo Spazio Lampo – da venerdì a domenica – potremo per un momento lasciare il mondo fuori, di fuori. Entrare nella «cellula». Immergersi e muoversi, accompagnati delle musiche al piano di Roedelius – più di duecento improvvisazioni sonore – riorganizzate da Tim Story. È un’ora e mezza di partecipazione, di attenzione.

Dopo poco è proprio il compositore statunitense – attraverso una videochiamata – a prendere parola. C’è un contatto, che subito s’innesta, che subito si crea, di là degli schermi. E succede quando Story inizia a raccontarci – appassionato e curioso – di come ha deciso di impossessarsi (di rubare, dice) alcune registrazioni dell’amico tedesco, di ripensarle, riorganizzarle, creando una composizione nuova. Una musica che nasce e si crea con il recupero dall’archivio casalingo di pezzi accumulati negli anni – i due si conoscono nel 1987 – mai unite fino a quel momento.

Ci mette sei mesi, Tim, a realizzare il tutto. E solo alla fine chiede il permesso. L’illusione di un componimento unico è creata, ma basta muoversi all’interno dello spazio per rendersi conto dell’astrazione, della mancanza di fissità. È un’installazione pensata perché le persone possano attraversarla – e in ogni punto, accanto ad ogni altoparlante,  vivere un’esperienza unica, irripetibile. Ogni volta la musica evolve, si adatta, si sovrappone. «There is no wrong way», ci dice sorridendo. Non si può sbagliare.

Se quello che abbiamo nei cassetti ha la polvere degli anni, dell’esperienza, non è questa una buona ragione per dimenticarcene. Si può, un giorno, decidere di riaprire quel mondo e recuperarne delle parti. Dargli una forma nuova, riascoltarlo: di nuovo può parlarci.

Dopo l’inaugurazione, abbiamo fatto qualche domanda a Francesco Giudici, uno dei fondatori dello Spazio Lampo.

Come nasce il progetto Spazio Lampo ?

È nato come spazio di lavoro condiviso quattro anni fa, con amici che lavoravano tutti nell’ambito della comunicazione. Da lì è nata l’idea di sfruttare la vetrina che abbiamo invitando artisti di discipline diverse. Ogni volta chiediamo agli artisti di reinventare lo spazio. Loro se riescono vengono prima, capiscono le dimensioni e da lì ogni volta nasce un progetto site specific. In questo caso è un’installazione un po’ diversa perché esisteva già, abbiamo preso un «pacchetto» già pronto.

L’idea di recuperare il passato e ricostruirlo oggi come si relazione con il tema di Chiassoletteraria, «Il Mondo Nuovo»?

È interessante l’approccio di Tim perché è un dialogo nuovo alla composizione, non c’è più l’idea di comporre in un momento, ma piuttosto di scavare in un archivio, di guardare nel passato e di vedere come nuove cose passate. In questo senso, il Nuovo Mondo non è per forza avanti, ma guarda anche indietro e si pone in discussione anche al lavoro di altri. Lui ha fatto questo progetto guardando a Roedelius, però ha applicato lo stesso concetto ai suoi pezzi, oppure con materiali di altri musicisti o parenti che suonano, anche dilettanti.

Questi tre momenti che avete pensato [The Roedelius Cells di Tim Story, il concerto di Roedelius, e lo sleeping concert di Simon Grab] sono uniti da un fil rouge – quello della sospensione, dell’ascolto. Come sono legati fra loro ?

Tutto è nato con Simon Grab che aveva già suonato qui, e un giorno mi ha contattato dicendo che gli era piaciuta Chiasso e che voleva proporre uno sleeping concert. Il sonno, nel «nuovo mondo» è un altro di quei momenti a cui si pensa poco. Si crede che dormendo non accada nulla, in realtà succedono molte cose anche durante il sonno. Di sleeping concert ne hanno già fatti in Italia, in Svizzera tedesca e francese. Qui in Ticino è un po’ una novità, e molti non sanno cos’è. Vedremo se le persone si addormenteranno, e dormire con qualcuno che non conosci, accompagnato dal suono, è – anche questa  – un’esperienza unica. Questa formula tripartita è una combinazione di cose successe per caso. Sono tre momenti che sono comunque diversi uno dall’altro, uno è un concerto classico, una è un’installazione e uno è uno sleeping concert. Per noi è importante creare tre momenti di ascolto puro – una cosa che si fa sempre meno : si ascolta musica distrattamente, magari online, si mette un disco in sottofondo durante una cena. In realtà bisognerebbe sempre trovare un momento per fermarsi, e ascoltare.

VE/SA/DO – 10:00 – 17:00 – Spazio Lampo – The Roedelius Cells

SA – 20:30 – Cinema Teatro – Concerto di Roedelius e Niton

SA/DO – 23:59 – Palestra Via Vela – Sleeping concert con Simon Grab