di Mara Travella

Il consueto appuntamento con la poesia, coordinato da Fabio Pusterla, ha ospitato quest’anno tre voci legate allo «stare sul mare»: Franca Mancinelli (Fano, 1981; Tutti gli occhi che ho aperto, Marcos y Marcos, 2020), Gianluca D’Andrea (Messina, 1976, Nella spirale. Stagioni di una catastrofe, Industria & Letteratura, 2021) e Marco Ferri (Fano, 1950; Come è passato il tempo. Poesie 1980-2020, Marcos y Marcos, 2022).

Nella sala del Cinema Teatro il pubblico ha seguito un incontro, un’alternanza di voci, che è stato come un itinerario in luoghi diversi, ove ogni poeta ha avuto uno spazio proprio, in cui poter far sentire la propria voce, attraversando, a seconda di rotte poetiche precipue la propria produzione. Una scelta che più che un dialogo trasporta chi segue l’incontro a lasciarsi suggestionare dalla lettura ad alta voce dei versi, accompagnati dall’auto-commento della o del poeta, che si occupa di intessere legami tra un componimento e l’altro.

Franca Mancinelli – unica voce femminile –  è stata la prima a intervenire, toccando tre snodi tematici della sua scrittura: l’acqua (come elemento primordiale della vita ma anche ritmico della poesia), il confine e il migrare. Gianluca D’Andrea è partito invece dalla costrizione pandemica, opposta al tema del movimento e del transito che ha accompagnato la prima raccolta. Anche D’Andrea si è soffermato sulla migrazione interna alla nazione, tra il Sud e in Nord dell’Italia, evidenziando come durante il lock down la scrittura sia stata per lui un mezzo per re-impastare il proprio linguaggio con il dialetto messinese, ma anche per recuperare numerosi autori fondamentali per la sua formazione, le cui citazioni si trovano esplicitate all’interno della raccolta. La parola è passata in seguito a Marco Ferri, classe 1950, il quale ha invece esordito sottolineando come l’incontro al festival rappresentasse per lui l’occasione per riprendere in mano la propria intera produzione, lasciando al centro il libro Esercizi spirituali per cosmonauti (Felice Edizioni, 2013). È stato interessante notare che queste tre voci dal registro e dall’intonazione così diversa siano tornate in vari modi sul movimento e sull’attraversamento. In particolare Marco Ferri, ricordando l’artista Tullio Ghiandoni, credo abbia messo in evidenza un aspetto fondamentale del gesto poetico: se Ghiandoni usava i materiali della risacca come opere d’arte, recuperando legni o pietre riportate dal mare, forse dire che è proprio questo quello risulta dall’operazione di scrittura poetica (o prosaica, poco importa)  – levigare materiali del quotidiano, quelli che ritornano – in un’edizione dedicata ai porti, non è poi così banale.

Dopo l’incontro, Franca Mancinelli, nell’intervista che ha realizzato con noi è tornata sul concetto di frontiera-passaggio-transito, tanto nella parola come nel corpo. Di nuovo abbiamo parlato di migrazione, e dell’esperienza reale sul confine serbo-croato (non a caso la prima sezione dell’ultimo libro s’intitola Jungle), in una temperatura «esterna e interna» che lei definisce «molto bassa, congelata» di fronte a una realtà difficilmente tollerabile. Prendere la voce di chi non ha voce – o la cui unica lingua è quella di Google traduttore – è stato il tentativo che Mancinelli ha fatto per portare sulla propria pagina, intrecciandola alla sua, l’esperienza di una donna bloccata nel limbo della migrazione. Infine siamo tornate con lei sul concetto di «stasi» dell’opera ma anche sull’importanza di considerare le ferite come occhi aperti, nuovi squarci sul mondo.

E il regalo finale è la lettura ad alta voce – per chi si fosse perso l’incontro – della poesia appartenente a “Tre sillabe di silenzio”.

siamo noi, polline e polvere. 

Poche ore per ere di lontananza. 

Come la chioma di un albero prima

della bufera . Avere due occhi 

riconoscerti. Di ogni tuo nome 

porto alla bocca

tre sillabe di silenzio.

qui trovate l’intervista integrale e la lettura: Franca_Mancinelli