Di Rossana Tanzi

Uno degli appuntamenti più attesi di quest’edizione di Chiassoletteraria era sicuramente quello con Andri Snær Magnason: attivista, performer, scrittore e candidato alle ultime presidenziali islandesi, è ospite del Pianeta Proibito per presentare il suo ultimo saggio, Il tempo e l’acqua (Iperborea, 2020).

Durante l’incontro sono diversi i temi affrontati, dal “modo giusto” di parlare dei cambiamenti climatici alla mitologia nordica, dal suo impegno politico alla sua famiglia, che si occupa di ghiacciai da generazioni. Magnason, con il suo saggio, porta un punto di vista personale sulla narrazione che è stata fatta finora delle problematiche ecologiche, in particolare dello scioglimento dei ghiacciai. La conferenza, affollatissima, si è conclusa con un lungo applauso, ma in molti si sono trattenuti al termine dell’evento per scambiare qualche parola con l’autore, ringraziarlo per il suo impegno di attivista, ecologista e scrittore, o anche solo per farsi autografare una copia del libro.

Siamo riusciti anche noi a fare due chiacchiere con Andri Snær Magnason, qui di seguito trovate l’intervista completa, disponibile in versione video in lingua originale sul canale YouTube di Chiassoletteraria.

Quando pensiamo ai cambiamenti climatici, e in particolare allo scioglimento dei ghiacci, sono sempre le stesse immagini che ci vengono in mente: un orso polare che muore, un iceberg che sprofonda, e forse siamo saturi di questa narrazione stereotipata. Tu hai immaginato però un nuovo modo di raccontare questa storia.

Si, ho pensato che la narrazione che viene fatta dei cambiamenti climatici ha anche sempre a che vedere con qualcosa di distante: sono degli orsi polari lontani, quelli che muoiono, delle isole remote del pacifico che vengono sommerse dall’innalzamento del mare, e soprattutto si tratta di un futuro lontano, che noi immaginiamo. Ho voluto portare la prospettiva un po’ più vicina, a me ma anche ai miei lettori. Ci sono tante cose distanti, fredde, nel modo di parlare dei cambiamenti climatici oggi: statistiche, terminologie scientifiche, anche parole nuove, a cui non diamo ancora significato. Il mio libro rappresenta una sorta di pretesa, un tentativo di affermare che il cambiamento climatico va vissuto come un problema personale, e di soppesarlo come se fosse un elemento della mitologia. In più volevo soffermarmi sul linguaggio usato per raccontare la crisi climatica, per aiutare i lettori a capire che anche se pensano di sapere cos’è il cambiamento climatico, non lo capiscono davvero, e che anche se io scrivo di cambiamento climatico, io stesso non lo capisco davvero, perché è un problema più grande di noi.

Durante la conferenza hai detto che non c’è nulla di razionale in come stiamo trattando il pianeta, nella nostra reazione alla crisi climatica. Quindi forse la narrazione razionale che ne stiamo facendo non è la più adatta, con tutti questi termini scientifici, dati e statistiche. Adottare un approccio “mitologico” ci aiuterebbe a capire meglio la vastità del problema, a farcelo comprendere più da vicino?

Rispetto molto la scienza, ma dall’altra parte siamo rinchiusi in un sistema capitalistico in cui governa il mercato, l’economia, ed è un sistema che ci dice che dobbiamo parlare delle cose in un certo modo, allontanandoci al tempo stesso dalla natura. Quindi mi sono chiesto: a che risultato ci sta portando tutta l’eccellenza degli esseri umani, i passi avanti nella tecnologia, nell’industria, nel design, nella scienza? Ad un pianeta che cade a pezzi. Capite che non c’è nulla di razionale in questo risultato: se metà della terra fosse sacra, se credessimo in qualche entità superiore, o che ci fosse qualcosa di sacro negli alberi, nelle montagne, nei fiumi, non staremmo distruggendo la terra in questo modo. Non sto suggerendo di rendere sacro mezzo pianeta, piuttosto cerco di sollevare il problema, chiedendo agli scienziati, ai designer, eccetera, di mettersi in discussione, di ripensare alla direzione che stiamo prendendo e di chiedersi se tutto questo sembra loro razionale.

I cambiamenti climatici hanno molti risvolti e comportano implicazioni per quasi tutte le aree del mondo, ma c’è un aspetto che ti tocca più da vicino, ed è quello legato ai ghiacciai. Si potrebbe dire che i ghiacciai sono un affare di famiglia per te.

Si, i ghiacciai sono molto presenti nella mia storia familiare per via dell’impegno dei miei nonni nel fondare la società di ricerca scientifica sui ghiacciai, quindi chiunque si occupi di ghiacciai in Islanda è amico dei miei nonni. Ho quindi naturalmente avuto accesso a un sacco di dati scientifici, ma anche a storie incredibili di avventure nel mondo dei ghiacci, uno degli ambienti più pericolosi e difficili della terra. Mi ha però permesso anche di avere una dimensione temporale precisa perché negli anni ’60, quando i miei nonni andavano ad esplorare i ghiacciai, la natura sembrava eterna, il ghiaccio sembrava poter durare per sempre.

Oggi molti di quei ghiacciai si stanno sciogliendo, e saranno completamente svaniti nell’arco da qui a 95 anni, l’età che ha oggi mia nonna. Quindi ho sfruttato mia nonna come fonte di storie, di scienza, di ricordi, ma anche come timeline, misuro la storia attraverso la durata della sua vita.

È molto utile secondo me per dare concretezza a qualcosa di astratto come il tempo.

Dopo aver dedicato una vita al cambiamento climatico, dopo aver raccolto così tante informazioni sui danni che stiamo causando al pianeta, Andri Snær Magnason si definisce ancora una persona ottimista?

Sai, ho detto a qualcuno che anche solo aver scritto il libro è un forte segnale di ottimismo. Passare anni a fare ricerche, a raccogliere dati, affrontando anche diverse difficoltà, mostra come io creda davvero che pubblicando questo libro io possa contribuire alla lotta contro i cambiamenti climatici. O se non altro avrò qualcosa da mostrare ai miei figli quando mi chiederanno qual è stato il mio contributo. Ma tutto ciò che facciamo conta, anche se non raggiungiamo tutti gli obiettivi che ci siamo prefissati, davvero: ogni piccolo sforzo conta.