di Mara Travella

Protagonista dell’evento di sabato 4 settembre alle 14:00 presso lo Spazio Officina è stato l’autore Philippe Rahmy, a cui quest’anno è stato assegnato, postumo, il prestigioso Grand Prix C.-F.Ramuz.  Sul palco, a raccontare la vita e le opere dell’autore ginevrino, vi erano tre ospiti: il giornalista e autore Pierre Lepori, la direttrice dell’Associazione «des ami-e-s de Philippe Rahmy» e vedova dell’autore, Tanja Rahmy, e Luciana Cisbani, traduttrice e insegnante, responsabile della versione italiana del romanzo Allegra (Ortica, 2017).

Attraverso un dialogo a tre voci si è delineata la figura di questo importante autore svizzero, un uomo che nella letteratura ha superato i confini della propria malattia – l’osteogenesi imperfetta, anche chiamata la sindrome «delle ossa di vetro» – diffidando, subito dopo la prima raccolta poetica, «della tentazione di trovare bello il dolore». Con i romanzi l’autore è andato anche oltre lo spazio culturale e sociale del proprio paese d’origine: come suggerirà Lepori, nell’intervista che qui proponiamo, diventerà uno «scrittore viaggiatore».

La conferenza è stata l’occasione per il pubblico italofono di (ri)scoprire lo sguardo acuto di un autore che nei suoi sette libri ha attraversato il dolore – l’ha conosciuto, ci ha convissuto, l’ha in un certo senso superato – ha fatto un ritratto del mondo in cui stiamo vivendo entrando in contatto con realtà culturali diverse; ed ha raccontato l’altro, l’essere umano con le sue fragilità e le sue aspirazioni.

Abbiamo avuto il piacere di incontrare i tre relatori e di porre loro qualche domanda.

Pierre Lepori, lei ha conosciuto ed è stato amico dell’autore ginevrino, ad oggi è anche segretario dell’Associazione. Può raccontarci l’importanza della sua opera?

P.L: Pur avendo esordito in un certo senso “tardi” – ossia a quarant’anni – l’opera di Philippe Rahmy si è imposta subito. È stato chiaro per chi l’ha letto che la sua era una vita dedicata alla scrittura e alla trasformazione della propria malattia. Vi è una prima parte della sua opera in cui l’autore s’ interroga sulla questione del dolore, e in particolare sul rapporto tra la malattia e la scrittura. Quest’operazione è realizzata attraverso una scrittura senza concessioni, e credo che questa sia stata immediatamente la sua cifra stilistica. Ma vi è un ulteriore passo che si realizza a partire dal secondo libro: nelle sue pagine Rahmy decostruisce l’idea del dolore, si allontana dall’estetica del dolore. Per compiere questo percorso l’autore ha iniziato a viaggiare, diventando stranamente uno scrittore viaggiatore, nella migliore tradizione della letteratura svizzera. I suoi itinerari l’hanno portato in Cina, a Shangai,  in Israele, in America. È uno scrittore singolarissimo poiché parte dal suo corpo martoriato e si confronta con il mondo. Ad esempio, dalla sua posizione di uomo in sedia a rotelle e, in un certo modo, sofferente, con Béton armé (La Table ronde, 2013) Rahmy si pone di fronte a una popolazione enorme, sempre indaffarata, riuscendo ad interrogarla.  

Il tema del ‘viaggio’ sollevato da Pierre Lepori è ritornato anche nelle parole di Tanja Rahmy, alla quale abbiamo chiesto quali sono gli obiettivi dell’associazione e da dove è nata la volontà di fondare questo spazio dedicato alla sua figura e alla sua opera.

TR: L’idea di un’associazione è nata appena Philippe ci ha lasciati, quando molte persone vicine hanno suggerito di crearne una. Siccome vi era ancora un manoscritto che doveva essere pubblicato, non è stata una decisione che ho preso subito.  Dopo un anno ho sentito la necessità di fare qualcosa e così, con Pierre Lepori e altre amiche e amici, abbiamo preso finalmente questa decisione ed è stato un momento straordinario. Mi ha fatto pensare al fatto che Philippe adorava viaggiare: le sue parole gli hanno permesso di girare il mondo, e in un modo simile i suoi libri consentono di far circolare la sua opera, è come se la sua anima, il suo corpo, viaggiassero nel mondo con i suoi testi. 

Tanja Rahmy, lei è un’interlocutrice d’eccezione, può svelarci l’officina dello scrittore? Come e quando scriveva Philippe?

TR: Philippe iniziava a scrivere la sera, o la notte. Per lui era importante lavorare in un momento in cui era certo che attorno non ci fossero delle menti attive. Non lavorava in silenzio: spesso ascoltava la musica. Le sue interruzioni erano dovute al dolore, ma poi ricominciava, revisionando i testi anche due o tre volte finché non risultavano perfetti. Un aspetto che ho sempre ammirato di lui era la sua capacità di mettere in discussione quanto aveva scritto, mi chiedeva consiglio, ci confrontavamo. La presenza di una persona con la quale discutere di quanto scriveva credo l’abbia convinto a pubblicare: la scrittura era con lui fin dall’infanzia, ma solo quando siamo stati insieme ha deciso di esporre pubblicamente i suoi testi.

Luciana Cisbani, traduttrice dal francese e appassionata dell’opera di Rahmy, ce ne ha fornito un ritratto, parlando in particolare di Allegra (Ortica, 2017): un romanzo in cui Abdel, il protagonista di origini algerine, immagina un atto terroristico nella Londra dei giochi olimpici. Le abbiamo chiesto quali sono le peculiarità di quest’opera, che molto si allontana dal mondo elvetico.

LC: Nella sua scrittura Rahmy riesce a cogliere elementi – penso solo alla questione del terrorismo – che sono a oggi ancora attuali, e questo perché è un autore che ha uno sguardo ampio sulla vita. In particolare quello che emerge in questo romanzo è la messa in evidenza del legame che può intercorrere tra una crisi personale, esistenziale, e quello che si svolge ‘fuori’, siano essi eventi sociali o politici. Attraverso un sapiente e calibrato uso della suspence, in Allegra il protagonista sta per compiere un atto irreparabile solo perché non ha capito la sua tragedia personale. Trovo che questo sia uno dei messaggi contenuti nell’opera di Rahmy: a volte il dolore arrecato agli altri deriva da questioni personali che non riusciamo a risolvere con noi stessi. Un altro aspetto che contraddistingue la sua scrittura è la cura del dettaglio: la narrazione è fitta di citazioni tratte da film o canzoni contemporanee, capaci di rendere l’atmosfera nella quale la storia si svolge. Leggere Allegra consente di ritrovare sulla pagina elementi del reale scelti con cura, meditati. Dentro ogni libro di Rahmy c’è la Storia. Non bisogna dimenticare, inoltre, che per Rahmy il romanzo era la forma migliore della protesta, per cui non si tratta solo di raccontare una storia o di  sondare un territorio sconosciuto, ma di intrecciare alla narrazione la riflessione sociale e politica. Tutti questi elementi rendono la sua scrittura molto densa, senza però appesantire lo stile, che è invece «in punta di penna», rigoroso, senza sconti. 

In ultima battuta, abbiamo chiesto a Pierre Lepori di raccontarci com’è la ricezione dell’opera di Rahmy: come mai i suoi testi sono meno conosciuti nel mondo italofono?

PL: Philippe Rahmy è stato tradotto in molte lingue, tre dei suoi libri sono tradotti in italiano, e noi speriamo ce ne siano altri. I testi potenti e profondi, legati a un’esperienza unica, particolare, a volte impiegano più tempo per essere riconosciuti. Si pensi che è stato così per Kafka o per  Bulgakov, il quale addirittura è morto credendo che Il Maestro e Margherita non sarebbe mai stato pubblicato. Non vi è nessuna paura per la diffusione della sua opera poiché «Philippe c’è» e un giorno farà parte non solo dei grandi scrittori svizzeri, ma anche europei.