Di Arianna Limoncello

Sono figlia di Lucia, bruna Mamma biologica, suicida nelle acque del Tevere quando io avevo otto mesi e lei appariva da ventinove anni nel teatro umano.

Sono figlia di Consolazione, bionda Madre elettiva, da me fragorosamente delusa.

 

Con gli incontri di domenica pomeriggio ci si indirizza pian piano verso la chiusura di questa intensa edizione di ChiassoLetteraria, costellata di storie intime, spesso legate all’esperienza individuale degli autori, che vengono messe a servizio degli altri e che si tramutano in storie universali. È il caso di Maria Grazia Calandrone, narratrice romana dalle mille sfaccettature (in quanto poetessa, scrittrice e giornalista). La sua ultima fatica è il romanzo Splendi come vita, edito da Ponte alle Grazie e dedicato al rapporto complesso e caleidoscopico fra una madre e una figlia. Una successione di fotogrammi che l’autrice ci offre in una veste di toccante prosa lirica ripercorre la storia di Maria Grazia e di Madre-Mamma Consolazione, in un rapporto, seppur tormentato, (come accade nel naturale corso della vita) di vicendevole cura e accompagnamento.

Il libro si apre con un trafiletto di giornale che inquadra la vicenda da cui germina la storia: «Ho lasciato il trafiletto di giornale perché è indicativo dell’umore sociale dell’epoca che ha portato questi due innamorati (presumibilmente mio padre, sicuramente mia madre) a togliersi la vita. Loro erano sposati con due persone diverse, ai tempi non era stato ancora istituito il divorzio e mia madre viveva in un paesino del Molise. Si legge con grande chiarezza il giudizio feroce di chi scrive: si parla di figlia del peccato, si parla di amori clandestini, che poi non erano clandestini per niente in quanto mia madre aveva detto che si era innamorata di un altro uomo. Questa è stata la sua colpa: quella di non tradire ma di dichiarare. Il giudizio degli altri, riflesso dalle parole dei giornalisti che hanno scritto i vari articoli di giornale su questo fatto hanno portato alla morte loro come purtroppo altre persone. Penso che sia un tema ancora molto attuale quello del giudizio da parte della società, anche se più mascherato.»

Così, all’età di un anno, Maria Grazia viene adottata da Consolazione, la “bionda Madre elettiva”, di cui l’autrice narra poeticamente il dolore in questo libro: «Mia madre era una donna nel 1916 e aveva 48 quando mi adottò. Nei miei confronti c’era il dolore della perdita dovuto ad un salto generazionale enorme. Io ero adolescente negli anni Settanta, anni pericolosi e bellissimi» spiega Calandrone, illustrandoci contestualmente la nascita dell’amore per la poesia. Perché l’occasione (usando un termine montaliano) da cui fiorisce la poesia di Maria Grazia è strettamente legata alla decisione di Consolazione, costretta dalla paura e dalla difficile gestione della figlia adottiva, di mandarla in collegio: «Mi ha mandata in collegio, imprigionandomi, ma lì è fiorito quello che lei aveva seminato, ovvero la poesia. Lei era insegnante di lettere e mi aveva trasmesso l’insegnamento delle poesie. In quella situazione di privazione ho iniziato a scrivere.»

Calandrone si disintingue per la necessità di scrittura impegnata a livello sociale, dalla possibilità di dare voce, attraverso le proprie parole, anche e soprattutto a chi voce non ne ha. Splendi come vita è una lettera d’amore ai propri genitori, responsabili diretti di questa inclinazione: «Io penso di cercar di mettere insieme due mondi, rappresentati da mia madre e mio padre: mia madre era amante della letteratura, del bello in tutte le forme artistiche, era politicizzata ma non politica. Mio padre era un uomo politico e aveva come priorità vera il bene sociale, la giustizia, l’uguaglianza. Lui era una persona che guardava al concreto, mia madre era la traduzione artistica di questa concretezza. Credo di aver messo insieme l’insegnamento di entrambi: mi sono ispirata all’attenzione e alla sensibilità di mia madre nei confronti di quello che chiamiamo bello, ma allo stesso tempo non amo la bellezza per la bellezza. Voglio che sia al servizio degli altri.»

L’autrice ci spiega, infine, che la genesi di Splendi come vita è legata all’esperienza di confinamento: «Durante lo scorso anno sono stata impedita nella conoscenza degli altri ed è stata una cosa che mi è mancata terribilmente. In assenza fisica degli altri mi sono messa a parlare con i fantasmi e io avevo questo conto in sospeso con la mia amatissima figura di Madre.» In altre parole la condizione su cui riflette ChiassoLetteraria in questa edizione, ovvero la proibizione, si è rivelata essere il presupposto necessario per il fermento ispiratore da cui prende vita il libro.

Nella scrittura, tuttavia, come sappiamo, arriva il momento del passaggio all’atto e della conversione dell’ispirazione in composizione. Così Calandrone parla del suo processo di scrittura:«Avevo più di una volta tentato di scrivere questa storia. Poi c’è stato il confinamento e ho cominciato a cucinare e a ricordare le ricette della nonna. Poi ho scritto una poesia sulla casa e degli stornelli in romanesco. E poi, una mattina, mi sono svegliata che avevo in mente Sono figlia di Lucia e mi sono messa al computer. Ho iniziato a scrivere e non mi sono fermata per venti giorni. Ogni tanto mio figlio si affacciava per chiedermi se dovesse cucinare lui, visto che avevo abdicato al mio ruolo di cuoca. L’aspetto più intenso era che io ogni giorno mi sentivo una persona diversa, avendo percorso e scritto 35 anni di vita in 20 giorni, vivevo di nuovo i momenti della mia vita. Quando ad esempio scrivevo del collegio, arrivavo a tavola con i miei figli furibonda con le suore.»

L’intervista all’autrice, da parte della docente e drammaturga Olimpia de Girolamo, è accompagnata dalla lettura di alcuni brani significativi del libro. La voce di Maria Grazia Calandrone si insinua gentilmente nei cuori degli spettatori e delle spettatrici, riempiendoli di emozione, perché è proprio questa la ricchezza della sua penna: sono parole cariche di sentimento, che diventano significative per ogni persona, nel suo percorso individuale, che siede in teatro. Nelle parole dell’autrice, ognuno di noi, in qualche modo, riconosce un frammento di sé.

 

Davvero, Mamma, non sappiamo niente

e non siamo che corpo e non siamo

più in nessun luogo, dopo, probabilmente

 

e questo precipizio di parole

non è buono a rifare

neanche una molecola del tuo sorriso.

 

Dopo l’incontro, Maria Grazia Calandrone ha risposto a qualche nostra domanda.

Sono stata colpita dalla tempestività, dall’urgenza di redazione di questo libro. Tu stessa nei ringraziamenti informi che il libro” si è scritto da solo nel cuore di giugno 2020”, come se esso avesse in qualche modo preso vita in maniera autonoma. Cosa puoi dirci di questa urgenza di scrivere un libro così intenso in poco tempo?

 Io penso che le cose (un po’ come le cicatrici) e le parole maturino dentro di noi, le parole sono conseguenza delle cose e a loro volta portano cose con sé; quindi quando matura lo spirito, la psicologia, l’esperienza di una persona, cambiano le parole e le parole a loro volta servono a conoscere, ad andare ancora avanti nel percorso della conoscenza, quindi io penso che stessi elaborando tutto a mia insaputa. Io vivo una vita per cui sono spesso fuori, sono spesso in movimento e nel momento in cui mi sono dovuta fermare tutto quello che avevo imparato muovendomi è come se fosse venuto a galla e avesse dato il suo frutto.

 

Tu sei poetessa e scrittrice. Che differenza vi è tra urgenza poetica e urgenza prosastica? C’è qualcosa di diverso nel processo di scrittura?

La spinta è la stessa. Nel momento della composizione io pensavo che l’esperienza con la prosa sarebbe stata diversa da quella con la poesia, ma penso che invece nel mio caso quello che avevo imparato con la poesia, ovvero il tentativo di rendere il linguaggio un linguaggio universale sia confluito anche nell’esperienza della prosa. Quindi desideravo che la lingua riguardasse gli altri, riguardasse qualcuno aldilà di me. Questo è molto più facile con la poesia in quanto essa non racconta, parla d’istanti o sentimenti, comporta una narrazione fatta per frammenti, per folgorazioni. Il mio tentativo era riuscire a rendere quella sensazione magnetica che c’è all’interno della poesia anche nella prosa e quindi alla fine, almeno nelle mie intenzioni, non c’è stata alcuna differenza.

 

Riallacciandomi anche in parte al tuo impegno civile e sociale (tu infatti sostieni che la poesia è un atto sociale), hai parlato tanto anche delle vite degli altri (penso ad esempio a” Gli Scomparsi – Storie da chi l’ha visto”, edito nel 2016). Che differenza c’è nel raccontare la propria storia rispetto al raccontare la storia degli altri? Ci sono in qualche modo delle somiglianze fra queste due narrazioni?

Io penso che nel nostro profondo siamo tutti uguali. Però è anche vero che ogni volta che ho scritto della vita degli altri ho cercato di utilizzare della mia vita quello che potevo prestare, un pezzo di voce che potevo offrire. Ad esempio, mi è stata commissionata una poesia sui migranti e io mi sentivo veramente in imbarazzo perché, per fortuna, non ho quell’esperienza e mi sentivo di compiere un abuso nel raccontare quel tipo di storia, per quanto si possa mettere a servizio degli altri la propria voce, la propria immaginazione. Ho dovuto scavare in qualche frammento per poter raccontare l’esperienza di chi abbandona una terra verso un’incognita, mettendo a rischio la propria vita e quella dei propri figli… quella però era una commissione e infatti l’ho cominciata con una pagina di prosa in cui spiegavo perché stavo facendo quella cosa. Viceversa nel libro che tu citavi, Gli Scomparsi, o nelle varie altre storie altrui che ho raccontato, ho sempre utilizzato il mio bagaglio di esperienza emotiva, concreta, lavorativa, di esperienza umana come figlia e genitrice, per poter parlare di altri. Quando si è trattato di parlare di me è chiaro che l’esperienza era più diretta, più lunga e più totale; quando si trattava di parlare di altri mettevo a disposizione un pezzo della mia esperienza, per parlare di tutta la mia esperienza mettevo al servizio ovviamente tutta la mia esperienza ed è stato molto faticoso e sfiancante, è stato impegnativo emotivamente. Tuttavia, nel momento in cui scrivevo avevo l’entusiasmo di immaginare che quelle cose potessero servire a qualcun altro e mi sembra che alcune persone siano riuscite a rileggere la propria storia nel mio libro o a fare pace con dei sentimenti irrisolti anche grazie alla lettura e questo mi dà un’infinita gioia.

 

Tu nel libro parli di madre ma anche di mamma. Come mai usi questo binomio?

Lei era inafferrabile: a volte era vicina, amorevole, e in quei momenti era Mamma, mentre a  volte era il principio di autorità, l’istituzione, ed era Madre. E questa doppiezza mi ha abituata a leggere nell’invisibile, ad intuire. Ad un certo punto nel libro si parla dei disamati che diventano sensitivi perché devono capire se si avvicina la tempesta o no, e quindi tutto sommato sono grata di questo suo essere così imprevedibile nelle sue manifestazioni.

 

E a noi di ChiassoLetteraria non resta che augurare a voi, cari amanti di una bellezza non fine a se stessa, di splendere!