di Sofia Perissinotto

Maria Rosaria Valentini, scrittrice e poeta italiana che vive in Svizzera da molti anni, è autrice di una ricca e densa produzione di poesie, romanzi e racconti. I suoi lavori hanno ottenuto, in Italia e non solo, importanti riconoscimenti: basti qui ricordare la raccolta di poesie Sassi muschiati (Ulivo, 2002; libro dell’anno 2003 della Fondazione Schiller), la raccolta di racconti Di armadilli e charango… (Capelli, 2008; Premio Europeo di Narrativa Giustino Ferri – David Herbert Lawrence, 2009), il romanzo Magnifica (Sellerio, 2016; Premio umanistico “Onor d’Agobbio”, città di Gubbio 2016).

Un’occasione per avvicinare e addentrarsi nell’opera della scrittrice.

 

In un’intervista hai parlato del tuo “innamoramento della lingua italiana”. Come porti questo amore nei tuoi lavori?

Lo porto con prepotenza, è la prima cosa che entra. Noi abbiamo uno strumento strepitoso, questa lingua che è così ricca, così variegata, colorata. Ed è plastica, si lascia anche all’abbandono, si presta molto al lasciarsi andare. Per me, in fondo, si tratta di un gioco, un gioco molto serio, attraverso il quale entro in relazione con la lingua, che diventa così quasi un personaggio. Per me è uno strumento importantissimo, diventa la mia voce. Una voce che desidero arrivi da qualche parte.

 

Antonia, Ada Maria, Benedikt, Andrea… che cosa cerchi nei tuoi personaggi? Di chi ami scrivere?

In un certo senso cerco, probabilmente, la capacità di perdersi. Perché è proprio attraverso uno smarrimento che si arriva a un obbligo, quello di riassestare i punti cardinali, di trovare un nuovo orientamento, un nuovo orizzonte. Quindi il cambiamento che si innesta è possibile solamente se si perdono dei riferimenti. Ad esempio, Benedikt (Magnifica) perde il tempo, Ada Maria (Magnifica) perde innanzitutto l’infanzia e diventa la madre di tutti, Ciarli (Antonia) è confuso nei suoi sentimenti ed è alla ricerca di una costruzione affettiva, ma per ricostruire deve in qualche modo lasciare altro. Tutte queste separazioni, queste lacerazioni, uniscono i vari personaggi e consentono loro una sorta di muta del serpente: denudandosi ritrovano una nuova pelle.

 

Altro tratto comune ai tuoi personaggi è, forse, il loro stare e abitare il margine, tu stessa li hai definiti “figure piccole”…

Sì, soprattutto le donne. Io le chiamo “le donne minute”, “le donne piccole”, che noi non conosciamo, a cui nessuno ha attribuito un nome. Io ho sempre questa voglia di andare a cercare, di attribuire un nome: nel mio ultimo lavoro, Eppure osarono, ad esempio, mi sono fatta in quattro perché ho ricevuto una cartolina che rappresentava due ragazze che andavano, o tornavano, dalla fonte e io ho voluto, certo attraverso l’invenzione, dare un nome a loro due e così, allo stesso tempo, alle tante modelle che partivano da quella regione e intraprendevano il viaggio pazzesco che poi racconto.

Queste donne minute che noi ignoriamo, in realtà, un passo dopo l’altro, hanno cambiato l’andamento della storia, hanno contribuito anche alla nostra evoluzione.

 

Nel 1995 esce la tua prima pubblicazione, Un’altra favola da raccontare (Il Ponte, 1995), un lavoro dedicato all’infanzia. Seguono poi romanzi, raccolte di poesie e di racconti. In questo tempo come è mutata, se lo è, la tua scrittura? Cosa è entrato, cosa hai lasciato?

Se per prima pubblicazione intendiamo Un’altra favola da raccontare siamo molto generosi, perché quello è un quaderno che racchiude le storie che io raccontavo alle mie nipoti quando andavo a fare la babysitter e che poi, in un secondo momento, ho deciso di rendere pubblico. Però sì, in fondo è stato come un piccolo sasso che ho lanciato.
La lingua, la mia lingua è cambiata perché la scrittura è fatta di esercizio e di disciplina; ora è una scrittura più sicura, più decisa. Io, poi, sono una persona molto timida, quindi ho dovuto lavorare, attraverso la lingua, anche su di me: è stato un po’ un percorso parallelo tra le due cose.
Anche alcuni temi sono diventati più pronunciati. Parlare delle donne per me è ora molto urgente perché abbiamo fatto tanto, ma non abbastanza: ancora oggi noi siamo considerate dei soprammobili e la cosa sconvolgente è che noi consentiamo agli altri di considerarci così. Ed è qui secondo me che manca quell’anello per creare la sorellanza. Non possiamo, non dobbiamo accettare di essere considerate decorazioni. Dobbiamo liberarci.

 

Uno dei tuoi ultimi, e principali, lavori è  Il tempo di Andrea (Sellerio, 2018); un testo in cui riaffiorano le storie del tuo importante romanzo precedente, Magnifica (Sellerio, 2016). La narrazione, però, sembra ora muoversi verso atmosfere, temi e pensieri nuovi, in parte diversi.

Sì, innanzitutto nei due testi ci sono due dimensioni temporali completamente diverse. Andrea è l’uomo di adesso, da qui il nome. I personaggi di Magnifica, invece, portano nomi di un altro tempo: Ada Maria, Aniceto, Magnifica, appunto. Già i nomi, così, definiscono una dimensione temporale completamente diversa.
Andrea è legato alla storia di Magnifica, ma attorno a lui c’è un mistero che nel corso della storia sfuma. Resta sempre, però, il lutto soffocato costante della madre, Magnifica: l’attesa è sempre conservata e coltivata, così come la speranza.
Andrea si muove oggi, è una figura maschile in difficoltà, infragilita dalla sua sensibilità. Non gli è permesso di essere sensibile, di dichiarare la voglia di piangere, la voglia di innamorarsi dei fiumi, dei rumori, delle piante. Noi siamo orientati verso delle categorie, lui invece non rientra in nessun cassetto e, dunque, per lui non c’è accettazione. È un personaggio che perde – come Benedikt di Magnifica e qui c’è un seme che ritorna – il legame con il tempo e con lo spazio; lentamente cerca di ricostruire queste dimensioni, perché ha voglia, ne ha fame, ma la malattia ha creato una cesura tra il prima e il dopo.

È questo un libro sul dolore, e sulla malattia osservata in una maniera rabbiosa, da dentro, quando noi siamo abituati a osservarla da fuori, come una cosa che non ci riguarda, che capita ad altri, qualcosa di remoto. Oppure, se sentiamo che ci riguarda, cerchiamo di allontanarci, un po’ come con la morte, che è una cosa che abbiamo sterilizzato, che capita negli ospedali, sta nelle celle frigorifere, dove il corpo non si vede. Più ci allontaniamo da questi temi, più diventiamo fragili. Andrea, invece, anche se attraverso la malattia, si avvicina a una possibile verità.

Andrea, dunque, come quel personaggio che, nella sua malattia e nella sua attesa, non teme di scalfire la superficie e di addentrarsi in quello che nell’edizione si è provato a indagare: le fratture e le ferite, i lati più proibiti dei mondi.