di Mara Travella

David Szalay, autore inglese, nato in Canada e con cittadinanza ungherese, porta a quest’edizione di Chiassoletteraria i suoi tre romanzi: Tutto quello che è un uomo (Adelphi, 2017), Turbolenza (Adelphi, 2019), Primavera (Liberilibri, 2021).

La sua è una visione di letteratura oltre i confini – un’opera non a caso attraversata da aeroporti e viaggi – che si declina verso una struttura sempre più complessa, tanto da far ammettere all’autore che, dopo Turbolence (il suo ultimo libro) gli sia sembrato impossibile tornare ad un’impostazione unitaria e classica del romanzo. Quasi come se lo scoprire la polifonia, il continuo gioco di riprese interne tra un capitolo e l’altro, fosse una sorta di punto di non ritorno. Il suo è uno sguardo oltre le generazioni, che non cade nella trappola di categorizzare i personaggi, come ad esempio i giovani – per tornare a uno dei temi d’apertura del nostro festival –  come rappresentativi della loro generazione.

A condurre la riflessione intorno allo scrivere e a sondare la poetica di Szalay è stata la scrittrice e giornalista Benedicta Froelich, nelle vesti di moderatrice e interprete.

Come ha detto durante l’incontro, Turbolenza è una storia frammentata. Ci vuole raccontare come è nata questo libro?

Turbolence è nato su commissione, per la radio: inizialmente si trattava di fare delle puntate radiofoniche. Ogni storia doveva essere conchiusa, legata sia all’episodio precedente che a quello successivo; inoltre era richiesto che ciascuna delle dodici storie avesse esattamente la stessa lunghezza, e questo non è stato evidente: in un certo senso è stato un libro nato in modo usuale, pensato per un media diverso. Poi, mentre lo scrivevo, ho pensato che l’avrei pubblicato come libro e, mentre registravo le puntate, pensavo già alla forma che gli avrei dato.

Durante l’incontro si è accennato alla possibilità o meno, spesso discussa in letteratura, di trattare tematiche, o rappresentare personaggi non appartenenti alla propria cultura, ossia di non appropriarsi di ciò che non ci è vicino o che non conosciamo. Puoi dirci cosa ne pensa?

In generale trovo che l’appropriazione culturale sia un argomento sul quale sia giusto interrogarsi. Personalmente, credo che non scriverei mai un intero libro dal punto di vista di una persona che viene dall’Africa, o dall’Asia o da qualsiasi altra parte; tendo a scrivere da dove vengo io, e partire da quello che conosco, e credo che gli autori e le autrici possano dare il meglio quando scrivono del proprio mondo. Perché dovrei fare qualcosa di diverso? Dall’altro lato, non credo sia vero che non si possa mai scrivere nulla di un’altra cultura, perché noi condividiamo il fatto di essere umani e trovo non si debba per forza mettere delle barriere. A volte si dice «non puoi capire, e quindi non hai il diritto di scriverne», trovo che questa sia una visione un po’ pessimistica dell’umanità.

Durante la conferenza mi sono chiesta se c’è, e chi è, un’influenza letteraria nella sua scrittura.

È una domanda difficile, non riuscirei a trovare un singolo autore o autrice. Mi piacerebbe provare a rispondere in un altro modo. Forse non è la risposta che stai cercando, dirò qualcosa di diverso, inerente la dimensione letteraria e il suo rapporto con la fiction. Trovo che la relazione tra questi due ambiti sia molto interessante. La mia scrittura è stata influenzata in modi diversi dai film e dalla televisione, sia nel modo di concepire che di, in un certo senso, “vedere” delle storie: ma ha avuto un effetto sulla mia scrittura anche al contrario, ossia nel provare a fare quello che quei mezzi non possono fare in relazione alle protagoniste e ai protagonisti delle storie. Credo che la letteratura abbia la possibilità in più di entrare in contatto con le esperienze soggettive, con la vita delle persone.

Un’ultima domanda sul nostro «pianeta proibito». C’è, e cosa significa per lei il pianeta proibito?

Penso che il pianeta proibito sia quello in cui stiamo vivendo da un po’ di tempo, da un anno e mezzo. Credo sia questo quello a cui avete pensato per dare il titolo al vostro festival. Per me il solo fatto di essere qui è strano, il fatto di aver viaggiato – che già di per sé è qualcosa che non mi accadeva da molto tempo – è incredibile: voi siete il primo evento a cui vado. Essere qui [ride, n.d.r] mi fa sentire d’aver messo piede su un piccolo ‘pianeta proibito’.