Di Alessandro Moro

Take your protein pills and put your helmet on (David Bowie, Space Oddity)

Coordinate geografiche reali: Chiasso, Svizzera, due piccoli negozi urbani a due passi dal confine con l’Italia. Coordinate ideali e metaforiche: in movimento da qualche parte, su due navicelle spaziali che navigano a velocità costante solcando lo spazio cosmico per disegnare infine una traiettoria lunga 5’906’376’272 km. La realtà terrestre, con le sue barriere fisiche e mentali, ingabbia e comprime il pensiero. Lo spazio cosmico – deserto sterminato opaco ed imperscrutabile, in cui sono incastonati una manciata di stelle e corpi celesti che un tempo fungevano da ausili per la navigazione – è invece una dimensione aperta, dilatata e rarefatta, in cui il linguaggio implode decostruendo la sua grammatica. È un luogo misterioso e abitato da materie oscure, ma anche un oceano placido in cui si possono finalmente sciogliere le briglie del pensiero e dell’immaginazione. Intraprendere un viaggio in questa dimensione significa confidare nel potere di illuminazione dell’oscurità, rinunciare alla parola per dedicarsi a un paziente ascolto del rumore bianco e sporco dell’universo, accettare che l’attesa possa essere la situazione ideale per appropriarsi di una nuova percezione del tempo. 

Mein Vater erzählt mir jeden Sonntag unsere neun Planeten è un’installazione sonora e al contempo un’opera performativa, organizzata in due locali urbani adibiti a navicelle spaziali. Due perfomer, per un arco di 24 ore, vestono i panni di astronauti in esplorazione del cosmo. Ma è anche un’opera aperta e interattiva, che invita i passanti ad entrare, a fermarsi, ad interagire e contribuire alla sua realizzazione. Si tratta di un progetto tutto da scoprire e vivere, attraversato da tensioni opposte che entrano in cortocircuito: l’apertura dello spazio cosmico e lo spazio chiuso dell’astronave, il dinamismo insito nell’idea di viaggio e la condizione di stasi vissuta dal passeggero, l’eccezionalità del viaggio interstellare e la  ripetitività dei gesti che scandiscono la routine di chi lo vive. La performance si concluderà sabato 4 maggio alle 17.00.

In piena preparazione del decollo, poco prima che indossassero il casco, abbiamo avuto la possibilità di porre alcune domande a questi coraggiosi navigatori dell’universo. 

Astronave 1: L’universo dentro. Astronauta: Francesca Sproccati.

 Puoi raccontarci come è nato questo progetto?

Alan aveva già sviluppato una prima parte radiofonica in cui ha raccolto alcuni poemi sonori ispirati all’universo, e dopo il suo primo esperimento ha chiesto a me di sviluppare la seconda navicella. L’idea è che si possano creare infinite navicelle, che sono concepite come spazi eterotopici, dove poter immaginare infiniti nuovi mondi.

 Per questa navicella l’elemento centrale è la danza, grazie anche a un lavoro di ricerca sul ruolo della danza nella memoria della gente, svolto incontrando e intervistando numerose persone. Ce ne puoi parlare?

Noi abbiamo intitolato queste due performance l’universo fuori e l’universo dentro. L’installazione di Alan è legata all’universo fuori. Attraverso l’ascolto io uso invece la danza come pretesto per andare all’interno del corpo ma anche della memoria. Anche io però sono passata attraverso la dimensione dell’ascolto: una chiave di accesso molto semplice era quella di ascoltare brani legati alla giovinezza delle persone che abbiamo incontrato in questi mesi precedenti alla performance per risvegliare memorie e ricordi di balli passati. 

Emerge un’apparente tensione tra il fatto di ritirarsi in una navicella, partire per un viaggio solitario nell’universo, e invece l’aprirsi al pubblico attraverso gli incontri e il ballo con il pubblico della performance. Ce ne puoi parlare? 

Secondo me nel mondo di oggi mancano dei luoghi ‘spirituali’, anche se è una parola che non mi piace usare perché generalmente la associamo alle dottrine. Abbiamo invece bisogno di luoghi per lo spirito che possano essere condivisi, anche se non sono chiese, ma dei luoghi in cui ritrovarsi, ascoltare insieme e isolarsi dalla routine, e soprattutto in cui abbandonare l’idea di non avere mai tempo. L’obbiettivo era di creare un piccolo spazio per isolarsi, ascoltare e ballare insieme.

 Prima di infilare il casco da astronauta e partire per questa avventura, quali sono le tue aspettative, le tue paure e le opportunità conoscitive che questo viaggio potrebbe schiudere?

Spero che non faccia paura. Mi rendo conto che c’è una parte dell’esperienza legata alla solitudine, al luogo, ai suoni, che può anche far paura… Ma credo invece che l’intimità e anche la presenza di qualcosa di facilmente riconoscibile o individuabile possa aprire a incontri e a pensieri inaspettati.

 Infine, riallacciandoci al tema del festival, cosa è per te il Mondo Nuovo? 

 È difficile dirlo! Ogni volta che cerchiamo di immaginare un mondo nuovo, in realtà ci ricolleghiamo a qualcosa di preesistente. Per me però il mondo nuovo potrebbe essere una realtà in cui si riesce a comunicare per altre vie, non solo legate alla parola ma anche a una sensibilità più fisica.

Astronave 2: L’universo fuori. Astronauta: Alan Alpenfelt

 Quali sono le aspettative prima di questo viaggio, quali sono le vie conoscitive che questa esperienza può aprire a te come performer, ma anche a chi viene ad assistere o interagire? 

Io parto per un viaggio di 24 ore attraverso lo spazio, un luogo in cui in realtà non ho più aspettative. Anzi, miro proprio ad eliminare qualunque aspettativa. Non so cosa incontrerò, ma a dire la verità non so nemmeno bene dove andrò. L’unico obiettivo è in realtà quello di farmi ispirare dal nulla, perché ho bisogno di lasciarmi alle spalle tutta una serie di concetti, di significati che ho addosso, come persona e come cittadino. Voglio eliminarli, come facevano gli asceti che cercavano un posto di isolamento sulla terra per liberarsi. Mi sembra che sulla terra quest’operazione sia un po’ difficile al giorno d’oggi. L’unico posto in cui poter andare alla ricerca di se stessi è lo spazio, e io faccio questo viaggio attraverso l’ascolto e l’attesa. Spero di riuscire ad andare in questo dimensione che è formata solo di suoni, di ascolto e di immaginazione. Magari passerà qualcuno, qualche alieno. È benvenuto, può stare nella mia navicella quanto vuole. Ed è quello che spero: che l’incontro silenzioso, all’interno dell’ascolto, consenta un diverso tipo di comunicazione. Il mio viaggio è lungo e può diventare anche noioso, quindi ho delle attività da fare coinvolgendo gli eventuali passeggeri. Gioco a scacchi: è un’attività di conflitto, perché si gioca l’uno contro l’altro, ma forse posso accrescere il mio spirito attraverso questo scontro, entrare in contatto con la sapienza di qualcun’altro. Il puzzle invece è un’attività di collaborazione, da svolgere sempre di silenzio. Anche lì potrò essere a contatto con un ‘alieno’, qualcuno di estraneo, e condividere una parte di viaggio. 

Questa navicella, l’universo fuori, è dedicata alla dimensione del suono. Da un lato si potrebbe pensare che il vuoto dello spazio è prima di tutto silenzio. Invece lo descrive del suono. Come si può esprimere lo spazio comico attraverso del rumore? 

È molto interessante perché cercando di descrivere qualcosa di ignoto ci si imbatte in conoscenze e preconcetti che si hanno già. Molti suoni e musiche si rifanno alle esperienze dello spazio che abbiamo accumulato attraverso i film. Quindi cercando di creare una descrizione sonora e musicale di qualcosa di ignoto come lo spazio, in qualche modo si rischia di ricadere dentro agli stessi suoni che già  si conoscono. È questa la grande difficoltà e il grande paradosso: hai la libertà totale di potere comporre, di creare, di pensare, ma è anche estremamente difficile distaccarsi dalle cose che già si conoscono. 

Il tema di chiassoletteraria è il Mondo Nuovo. Attraverso questa istallazione c’è una ricerca di una dimensione nuova? Qual è il tuo rapporto con il mondo nuovo?

Utilizzando una navicella, uno spazio eterotopico, ti trovi immerso in uno spazio che esiste veramente, ma che ti spinge per forza a immaginare qualcosa attorno a te, perché ti ritrovi solo, in un luogo in cui devi per forza attivare l’immaginazione. Quindi il Mondo Nuovo non è qualcosa di utopico o di preesistente, qualcosa di meglio o di peggio. È ancora più in là: è esiste certo nei desideri o nell’immaginazione, ma è soprattutto un mondo di astrazione pura. Non è un mondo in cui si vuole trovare qualcosa di specifico. Anzi, si vuole lasciare andare tutto. Quindi ci si allontana dall’essere umano, che io trovo una specie distruttiva e non particolarmente gentile. 

 Pensando alla durata di 24 ore della performance, alla presenza di uno spazio limitato in cui le azioni si ripetono, emerge una certa insistenza sul tema della ciclicità e della ritualità. Che ruolo ha? 

Il rito è alla base dell’attività e della vita umana. Anche la natura è un eterno ritorno dell’uguale. Il sangue si muove dentro di me in modo ciclico, il mio corpo e i miei pensieri sono ciclici. Questo costante ritorno è un loop a cui noi siamo attaccati e a cui non possiamo sottrarci se non con la morte. Quindi non è stata un’idea cosciente quella di inserire della ripetitività all’interno della performance. Semplicemente il rito è vita. È una cosa in cui si è immersi. 

 Qual è il rapporto che esiste tra questa esperienza e il mondo letterario che vi circonderà in questi giorni?

Quello che posso dire è che la letteratura è un luogo di ricerca attraverso le parole. Qui invece c’è l’assenza totale di parole: c’è solo suono e talvolta ci sono delle poesie sonore che l’astronauta ascolta. Le poesie sonore si inseriscono in un’altra dimensione di ricerca di significato letterario o artistico. Quindi io viaggio nel suono e nella poesia alla ricerca di qualcosa. Forse non di un Mondo Nuovo, ma di qualcosa. 

Buon viaggio allora!