Di Rossana Tanzi

Una delle voci più autentiche della letteratura italiana contemporanea, Ermanno Cavazzoni, arriva a Chiasso intervistato dal giornalista e amico Alessandro Zanoli.

“Non ci concentreremo su un solo libro, faremo un ritratto a tutto tondo.” avverte Zanoli.

L’ultimo romanzo, La galassia dei dementi, conta 635 pagine: parlarne approfonditamente richiederebbe almeno una settimana!”

Già dal primo intervento ci si rende conto che nel corso di questo incontro si riderà parecchio, e Cavazzoni si aggiudica immediatamente la simpatia di tutto il pubblico, nonostante l’aspetto serio e meditabondo.

Il primo tema affrontato è quello che riguarda la dimensione linguistica: l’italiano è una lingua malleabile, con dialetti e variazioni da nord a sud, e lui è a tutti gli effetti emiliano, e scherza sul modo di scrivere delle altre regioni. “In Toscana ogni città litiga con la città vicina. Io pensavo fossero leggende del tempo di Dante Alighieri, ma tuttora è così! La letteratura toscana sembra scritta coi gomiti per dare gomitate a chi sta di fianco!”

Un’altra importante svolta della sua carriera artistica viene dal mondo del cinema: Federico Fellini ha preso ispirazione dal suo poema dei lunatici per l’ultimissimo film della sua carriera, La voce della luna. Ci racconta della voce acuta di Fellini, per non confondersi con i registi romani dalle voci rauche, e di quella telefonata inaspettata:

“Senza che ci conoscessimo mi chiama, alle 7 del mattino. -Pronto, sono Fellini. All’inizio ho pensato che fosse uno scherzo, era come se mi avesse detto -Ciao, sono Alberto Einstein… anche se poi ci sarebbe quella questioncina dell’aldilà da risolvere.”

Gli aneddoti sul film si susseguono, divertentissimi e raccontati con un umorismo tutto speciale.

Cavazzoni cura anche una collana importante, Quodlibet, caratterizzata dall’attenta scelta dei titoli, fuori dal gusto e dallo stile di un lettore normale.

Ha anche una sensibilità particolare per le traduzioni: ci porta l’esempio di una traduzione in endecasillabi per un’opera di Puškin (Eugenio Onegin), e ci spiega il perché: “Tradurre i versi è difficile, perché non si può trasformarli in prosa, li si distrugge! L’Eugenio Onegin è un romanzo in versi, e in versi rimati, con una forma che corrisponde al nostro sonetto. Abbiamo una traduzione bellissima di Ettore Lo Gatto che mantiene i versi e le rime, e traduce in endecasillabi, e non in novenari come aveva fatto Giudici… ma non fatemi entrare in polemiche editoriali.”

Ci parla di Limbo delle fantasticazioni (Quodlibet, 2009), libro in cui spara a zero sugli editori e sulla letteratura. Scritto per vendetta? No, vendetta no… diciamo che ognuno ha le sue insofferenze.

Legge poi un paragrafo da questo stesso lavoro:
“Il primo grande guaio delle faccende artistiche, letteratura compresa, è che sembrano promettere una via accelerata al successo. (…) In questo senso l’arte e la letteratura può essere una brutta faccenda, di prevaricazioni, una strada accelerata per la vendetta sul genere umano; e i suoi prodotti bolle d’aria, gonfie di vanagloria (e di puzza).” 

Divertente è anche il suo approccio al lavoro: l’importante è fare qualcosa che piaccia, che ci dia soddisfazioni. Se ci fosse una dittatura e mi impedissero di scrivere, farei il falegname. Ho una passione smisurata per il legno.

Si passa finalmente a parlare della sua ultima fatica, La galassia dei dementi.Un romanzo distopico, di fantascienza (anche se è ambientato in Emilia-Romagna) ma con un influenza molto forte dei poemi cavallereschi tipici della tradizione italiana.

È un libro molto voluminoso “ma è anche perché la carta è troppo spessa! Mi sono lamentato con il mio editore.”, scherza.
“Però il libro è effettivamente lungo, perché come nei poemi cavallereschi, quando un personaggio ne incontra un altro i fili si incrociano, e i personaggi si moltiplicano. Come in Ariosto, ma come anche Tolstoj, … non come i polizieschi, che hanno un unico filo conduttore: infatti quando li hai finiti poi li butti nel cesso.”
Dice che una ricompensa meravigliosa è il fatto che i lettori vogliano rileggere i suoi libri. Questa è una vera soddisfazione!Come il premio campiello che stavano per darmi, e poi però sono arrivato in fondo. Quello però non mi ha fatto piacere.

Siamo anche riusciti a intervistare Cavazzoni dopo l’intervento allo spazio officina.
Gli abbiamo chiesto se a suo parere stiamo già vivendo in un Mondo Nuovo:

Siamo in un mondo nuovo sempre, quando uno invecchia dice sempre che il mondo non è più come una volta, e tutti nella vita si trovano in un mondo nuovo in cui non riescono più a vivere, e infatti dopo un po’ se ne vanno.

Nella sua carriera artistica, l’abbiamo capito anche durante l’incontro, si è occupato di una moltitudine di cose anche molto diverse tra loro, dalla traduzione artistica fino alla fantascienza. Qual è l’elemento comune?

Io non riesco a non fare della leggera comicità. È come se ci fosse un fondo di scetticismo, perché poi la comicità viene sempre dal non credere alle parole serie, e questa è una cosa da cui non riesco a esimermi, non è una scelta. È una cosa che mi viene inevitabile. È forse l’unica cosa che resta costante anche cambiando campi, argomenti, stili.

Insomma, grazie alla sua leggerezza scherzosa – ma mai a discapito della sostanza, con Ermanno Cavazzoni si può parlare di tutto: da Terminator alla divulgazione scientifica delle garzantine; dalla traduzione poetica al sesso con i ginecoidi (gli androidi femmina), e oggi ne abbiamo avuto la riprova.