Di Alessandro Moro

Quell’io che per molto tempo, per quasi duecento anni, si è raccontato, si è manifestato, si è illustrato nella poesia europea dal Romanticismo in poi, forse oggi non può più fare esattamente la stessa cosa, e nello stesso tempo non può neppure togliersi di mezzo. La trasformazione della figura dell’io(…) è il cuore stesso del linguaggio che oggi la poesia sta cercando di trovare” (Fabio Pusterla). È stato questo nodo a fungere da filo conduttore in questo viaggio alla scoperta della poesia di Enrico Testa, poeta, storico della lingua e critico letterario, nonché professore di Storia della Lingua Italiana presso l’Università degli studi di Genova. Dialogando con il poeta Fabio Pusterla, Testa ci ha aiutato a comprendere che strada ha battuto per definire una sua grammatica poetica, facendo in particolare riferimento a Cairn (Einaudi, 2018), suo ultimo libro. Ma tra i tanti spunti di riflessione, l’incontro ci ha portato anche nel cuore del mistero della parola poetica, in quel momento in cui la poesia è ancora una materia informe, in potenza, un grumo emotivo (“una poesia prima di nascere, di diventare, di solidificarsi (…) è una sequenza di sillabe, di suoni, un ricordo di una parola detta o sentita”), a scoprire come verità poetica e verità biografica non siano sovrapponibili (“l’io che parla in poesia, non è l’io biografico, ma è una specie di incastro, una specie di mosaico, una specie di pattern fatto di elementi diversi”), e soprattutto ad ascoltare incantati le poesie di Testa. I momenti più magici sono infatti stati le letture dei testi, quando la poesia ha brillato potente stregando il pubblico presente in sala. 

Dopo l’incontro Enrico Testa ha gentilmente risposto ad alcune nostre domande. 

Lei si occupa di poesia e di storia della lingua, due attività che in modo diverso pongono al centro della loro riflessione il linguaggio. Che grado di ottimismo siamo disposti ad attribuire in questo momento alla parola, sia essa poetica o meno? Quale la sua funzione in questo mondo?

Il linguaggio è stato sottoposto ad una critica negativa nel corso di tutto il Novecento. Uno dei grandi temi della riflessione novecentesca è proprio il linguaggio visto sostanzialmente come la morte delle cose, come ciò che tramuta le cose in realtà inerti, senza vita. Oppure è stato in alternativa esaltato come lo strumento attraverso il quale si possono raggiungere altezze inarrivabili. Due estremi, quindi. Mentre il linguaggio con cui si ha ora a che fare – naturalmente mi riferisco al caso dell’italiano – è un linguaggio abbastanza desolato, svuotato, alcuni dicono plastificato. Però secondo me, ciò non deve indurre ad un pessimismo totale, perché tutto sommato sono convinto del fatto che il linguaggio sia l’unico filo che permette l’unione tra le persone. Immaginiamoci un attimo un mondo senza parole: sarebbe un mondo in cui gran parte dei nostri pensieri e dei nostri sentimenti non potrebbe trovare un mezzo di espressione. 

Va in questa direzione anche il linguaggio della sua poesia? Un linguaggio accessibile, che salvo alcuni scarti fa un passo verso il lettore e suona fraterno. 

Sì, credo di sì. Almeno, col senno di poi mi auguro che sia così: un linguaggio tutto sommato senza grandi salti in alto. Non ci sono parole pesanti, paroloni di carattere poetico o in ‘poetese’, come diceva Sanguineti. Ma a volte ci sono dei piccoli sbalzi attraverso citazioni di parole un po’ desuete, oppure qualche parola un po’ fuori norma. 

Quando una poesia è autentica? Cosa la rende tale?

Questa è una domanda difficile. Perché ci sono poesie che suonano autentiche a certi lettori ed inautentiche ad altri. Ogni lettore ha la sua poesia e ogni poesia ha il suo lettore. Forse uno degli aspetti positivi della realtà della scrittura poetica è il fatto che ognuno può trovare una casa per se stesso in situazioni diverse. Se ci fosse una regola assoluta, come il pensiero unico ci sarebbe anche la poesia unica. Non sarebbe certo una gran bella cosa. 

Commentando alcuni suoi testi durante l’incontro ha sottolineato come le cose che stava spiegando fossero frutto di una razionalizzazione a posteriori, successiva alla stesura del testo. Come nasce la poesia e cosa è prima che diventi un testo scritto? Possiamo parlare un po’ ingenuamente di ‘ispirazione’, parola che spesso temiamo di usare perché inflazionata e connotata? 

Alla fine di tanti discorsi di ispirazione si tratta. Magari non è un’ispirazione che viene da una musa, o da una qualche entità supernaturale, per l’amor di Dio. Però può esserci qualcosa che ti ha colpito durante l’esperienza quotidiana della vita, oppure un discorso che hai sentito, un fatto che ti è capitato. Addirittura a volte può essere semplicemente un rima, o un insieme di sillabe che si ripetono ossessivamente nella mente e che hanno bisogno di trovare una strada. Diciamo che sono molti i sentieri che una poesia percorre dal momento in cui germina al momento in cui poi si costruisce, perché poi un elemento che spesso ci si dimentica è come la poesia sia il risultato di una costruzione. Magari non si tratta di una costruzione estremamente elaborata, però è necessario anche un elemento artigianale. 

Una domanda allo studioso più che al poeta. Nel 2005 è uscita per Einaudi la sua antologia sul secondo Novecento intitolata Dopo la lirica, un’opera che ha segnato la storia recente del genere. Come vede dopo quasi quindici anni quell’operazione? 

Le antologie da un lato possono senza dubbio essere utili in un certo momento, ma dall’altro dopo un po’ scadono. Sono un po’ come lo yogurt. Inevitabilmente invecchiano. O sono anche un po’ come le traduzioni. Noi oggi se leggiamo una traduzione ottocentesca di Dostoevskij la sentiamo invecchiata, perché magari ci sono parole che non si usano più. Anche se resta che le antologie dopo un po’ di anni possono essere utili come testimonianza di un determinato momento. Ma ci sono antologie importantissime del passato che però oggi sono inutilizzabili. È un genere che dovrebbe essere un’opera aperta, continuamente rinnovato a distanza di tempo.

L’ultima domanda si lega al tema del festival, il Mondo Nuovo. In che modo la poesia può partecipare alla costruzione di questa dimensione? E qual è il suo futuro?

Una delle cose che si sentono dire più frequentemente è che la poesia deve rinnovarsi. C’è quindi questa transizione della poesia verso la performance, che quindi ibrida con la canzone perché deve andare incontro ad un pubblico nuovo. Oppure si dice che la poesia, rispetto ad altri generi, non rappresenta più il patrimonio simbolico dell’uomo. Io non mi sento di condividere né l’una né l’altra posizione, perché poi la poesia come pratica di scrittura credo che non possa fare a meno di sopravvivere, perlomeno come esigenza prima di determinati individui, perché poi è ovvio che non tutti debbano avere questa preoccupazione. Quindi il contributo che può dare al futuro è quello di riflettere criticamente sul presente tenendo conto contemporaneamente anche del passato e dei suoi relitti.