di Mara Travella

Franco ‘Bifo’ Berardi è un saggista, un filosofo e un agitatore culturale, quello che Christian Marazzi – di fianco a lui oggi durante l’incontro allo Spazio Officina – definisce un «compagno di viaggio» che ci porta con i suoi scritti all’interno dei movimenti, dei mutamenti della storia.

Futurabilità (Roma, Nero, 2018) è un libro che scandaglia il nostro tempo e soprattutto il nostro futuro. Una quasi mappa del nostra contemporaneità, dove si tratta di possibilità, di (im)potenza e di potere. Nelle pagine di quest’opera c’è il tracciato di un pensiero filosofico disseminato di punti di luce e di zone oscure, in cui lavorano, silenziose, incessanti e martellanti, i numeri e le macchine, sempre più virtuali, sempre meno umane. Cose intangibili che ci sfuggono e che la riflessione di Berardi cerca almeno se non di risolvere, di pronunciare. Vedere l’oscurità, senza nascondersela, è il primo passo per cercare di smuovere questo terreno in cui siamo ineluttabilmente precari. A tratti s’intravede qualcuno che stringe fra le mani un faro, una luce che subito la scrittura e la voce di Berardi si cura di dettagliare, di chiederci se quella sia una vera illuminazione o un falso benessere, un abbaglio.

Franco ‘Bifo’ Berardi è lucido nel suo ragionamento e teatrale nel gesto. È attraversato da quello che racconta: se non siamo in grado di liberarci dalla gabbia del capitalismo in cui i nostri tempi sono rinchiusi, non c’è via che si possa percorrere. Il problema risiede forse nel fatto che se ci sono stati alcuni anni in cui la coscienza e l’intelligenza hanno trovato un punto di convergenza – come gli anni del Sessantotto e i successivi, fino al ’77 – nel corso del tempo tra questi concetti si è creato un abisso. Ci siamo ritrovati a dimorare in un cadavere – quello del capitalismo –  che non è da noi conosciuto, e in cui ci ritroviamo dispersi. Futurabilità, ci dice Berardi, ha al centro l’impotenza, un’impotenza che temiamo, che non vogliamo ammettere. Labirintica, teorica. La possibilità che questa gabbia in cui viviamo venga scardinata è nel gesto delle persone che quella macchina tecnologica l’hanno costruita, la fanno funzionare e la rinnovano ogni giorno. Il centro è nel mondo tecnologico che pensiamo ci sia nemico ma può esserci amico: solo i lavoratori che hanno cognizione di questo linguaggio contemporaneo – i cosiddetti cognitari –  hanno il potere di sabotare il meccanismo sociale, economico e politico odierno e riprogrammarlo. A patto che questo avvenga in un respiro comune solidale e consapevole della propria dimensione, a patto che avvenga come atto poetico, poiché solo la poesia è possibilità di trasgressione del linguaggio, di superamento dei limiti. 

Sono questi e molti altri gli snodi tematici toccati questo pomeriggio allo Spazio Officina in compagnia di Berardi. Le nostre domande sono però andate a recuperare questi tracciati: i giovani e la solidarietà, la presenza del mondo tecnologico nella nostra contemporaneità e, infine, il ruolo della memoria e della storia.

Nel tuo libro, affermi che «con compassione […] possiamo intendere sia empatia e solidarietà» e che «per cogliere quel che è possibile e finalmente attualizzarlo, ci occorrono l’amicizia, la solidarietà, il rapporto tra corpi […] Non la speranza, non la fede, ma l’amicizia». È questo uno spiraglio per ricucire la frattura tra intelligenza e coscienza di cui si è parlato durante l’incontro?

La parola compassione è una parola che appartiene al lessico cristiano, ma in realtà etimologicamente è molto interessante da un punto di vista totalmente laico, perché vuole dire la capacità di condividere passione. E passione è anche quella una parola carica, è una condizione nella quale noi siamo quasi vittima di un affetto che ci trascina via, significa condividere questa condizione, che è in larga parte una condizione di sofferenza. Sembra che questa capacità empatica sia un po’ in riduzione, come se stesse scomparendo. Non è una questione morale, è una questione psichica, che riguarda una generazione che ha imparato più parole da una macchina che dal corpo umano della madre, da una voce umana. Agamben dice che la  voce è il punto di congiunzione tra la carne e il senso, il significato. Il problema è questo, ricostruire la capacità di sentire il senso, non solo di capirlo: è difficile perché nasciamo in un contesto tecnico comunicativo culturale nel quale la voce è sostituita dalla macchina.

Le macchine sono, in fondo,  degli schermi che c’impediscono di accedere al linguaggio. In questo mondo tecnologico forte, presente, vi sono delle persone, però, i cosiddetti «cognitari» di cui si è parlato durante l’incontro, che hanno la capacità di smembrare quella macchina e allo stesso tempo di ricomporla. Notiamo però che c’è la tendenza, nelle nuove generazioni, di rifuggire questa tecnologia – una volontà di ritorno verso la natura, verso una mondo che di questo progresso (o regresso) tecnologico non si cura. Percepisce questo allontanamento come un rischio? Vi è il rischio che questa macchina continui ad andare da sola, mentre le nuove generazioni si ritirano lontano da questo tipo di mondo?

Naturalmente io capisco perfettamente il bisogno di allontanarsi, di andare su un’isoletta o in campagna a coltivare la terra. Penso che le cose stiano proprio così: se le energie migliori, più ricche, più creative, rifuggono la tecnologia, questa diventa un mostro al quale noi non riusciremo mai a sfuggire. Dobbiamo certo essere capaci di creare ambienti e situazioni in cui ricreiamo il rapporto con il corpo, anche con il corpo dell’altro, con la natura, con il tempo. Ma questa energia corporea – erotica vorrei dire – dobbiamo essere capaci di portarla all’interno della tecnologia medesima. Questo cosa significa? Significa un miliardo di cose, perché in ogni congegno tecnologico – quelli della produzione, della comunicazione – non è un prodotto naturale, sono prodotti della modellazione che comporta matematica, tecnica, fisica, ma anche emozione, ossia capacità di scegliere tra alternative non decidibili.

Lei ha vissuto fasi storiche importanti, decisive diremmo, il Sessantotto e il ’77, ma anche gli anni seguenti. C’ è una sorta  di dimenticanza, secondo lei, di questi movimenti politici, quasi fosse inutile parlarne poiché sono passati e non più proponibili come valida alternativa al nostro sistema? Legandomi alla recente presa di posizione anche di intellettuali come Andrea Camilleri, Andrea Giardinia e Liliana Segre che chiedono che salvaguardare l’insegnamento della storia nelle scuole, che ruolo ha secondo lei in questo nostro presente l’educazione, la storia?

Bisogna a mio parere evitare un atteggiamento comprensibile nei confronti dell’insegnamento della storia. Certo si può dire che è un peccato che venga eliminata la storia perché è maestra di vita – anche se non ho mai ben capito cosa voglia dire. Il problema è un altro e non dipende da una legge, il problema è più profondo: il punto è che la mente umana sottoposta ad un bombardamento di presente. Si pensi che ottomila flussi di informazioni ci raggiungono nel corso di una sola giornata e questi non riescono ad essere assimilato da una temporalità che è sempre più stretta sul presente: il passato scompare perché la nostra mente non ha per così dire lo spazio operativo per incamerarlo e per elaborarlo. Allo stesso modo scompare la nostra concezione del futuro perché non siamo capaci di immaginarlo, arriva quasi come una cosa che non abbiamo pianificato. Il problema della storia è che dobbiamo essere capaci di ricostruire una dimensione – anche nel rapporto con la tecnica – che sia una dimensione corporea, in cui c’è la lentezza del corpo, la lentezza dell’emozione e quindi della memoria e dell’immaginazione.