di Mara Travella

Pensare alla propria salma. Non essere in punto di morte, e pensare a dove i propri cari potranno seppellirti. Non solo: pensare alla propria salma a dove i propri cari potranno seppellirti e prendere un aereo, andare in Jamaica, a Bekuta, e comprare un appezzamento per mettere fine a questo pensiero.

Acquistare una tomba per mettere a tacere le voci dentro, perché su di te pende una condanna a morte –perché un dittatore vorrebbe mettere sul suo curriculum vitae: ho messo a morte un premio Nobel. Wole Soyinka può parlarci anche di questo, di quando Sani Abacha ha emesso per lui una condanna a morte e lui ha pianificato dove sarebbe stato seppellito, affinché i suoi amici e famigliari non pensassero di riportare il suo corpo in patria. Può ricordarci le ossessioni umane – quelle degli altri che diventano sue – e farlo sorridendo: fiero di fronte alla platea Soyinka quasi scherza – «can you imagine what a stupid fear is?» – plana leggero sull’incombenza della morte, con la saggezza di chi ha attraversato la vita trovando sempre un modo di farsi scudo.

Per sfuggire ai tentacoli del potere, che, si sa, arrivano anche oltre i confini geografici, non basta che tu sia lontano, che ormai il tuo paese tu l’abbia lasciato come passeggero di una motocicletta, attraverso la giungla – in quello che più che un esilio preferisci chiamare un «sabbatico politico». Andarsene dalla Nigeria serve a mettere in salvo la propria pelle e a lasciare il cuore scoperto, non c’è lontananza sul piano emozionale: le vicende del proprio paese sono sempre lì, chiedono di essere raccontate, di essere dette. Ci sono interrogativi a cui cerchi di dare una risposta: «La domanda che mi pongo sempre» racconta Soyinka, «è la seguente: che cosa farei io se mia figlia fosse sottratta a scuola o sulla strada, se fosse sequestrata da fanatici che hanno delle richieste specifiche e che hanno un certo tipo di idea di trattamento umano, e che di fatto, è un incubo? Che cosa farei io?».

E per trattare certi argomenti che ti scelgono ci sono forme che ti chiedono di essere impiegate, come è il caso dell’ultimo libro, intitolato Ode all’ umanità per Chibok, tradotto da Alessandra di Maio, edito da Jaca Book e a breve presentato al Salone del Libro di Torino. Un’ode dedicata alle ragazze vittime della ferocia di Boko Haram, che solo questa forma antica e presente anche nella tradizione orale africana – dove viene usata sia per lodare contadini e guerrieri ma anche per sfidare una società a ragionare, a riflettere – consente di parlare del ciclo infinito di violenza in cui sono invischiate le vittime, dirette e indirette, di questi fanatici religiosi. Ma in questa tragedia umana si erge – con coraggio, con forza, con la limpidezza della verità – una voce, quella di Leah. Leah che dice di no. Leah, sequestrata in quella che noi conosciamo come la tragedia di Chibok: una giovane donna che nega il suo consenso alla conversione all’Islam (a una certa idea di Islam) che le si vuole imporre, e in quel «no» sente Soyinka la negazione di Nelson Mandela, cui lo scrittore nigeriano aveva già dedicato il discorso in occasione del Nobel assegnatogli nell’ ’86. È come se ritornassero le parole mandeliane, se riecheggiassero oggi nella negazione di questa giovane donna che non si piega alle bieche offerte di chi in cambio della vita ti chiede d’incatenare il pensiero.

Wole Soyinka, seduto fra Alessandra Di Maio e Marina Astrologo, è subito incalzato sul tema del festival. Se c’è stato un «brave new world» – ma già in Shakespeare le parole erano pronunciate da un personaggio calato in un mondo inquinato dal male –, oggi ci troviamo in un «sick new world», dove le derive fondamentaliste prendono sempre più spazio, spinte e promulgate da quei “nuovi visionari”, o meglio “visionari escludenti” che vedono il resto del genere umano come residuale, non necessario, eliminabile. «L’idea sottesa al “mondo nuovo” in ogni caso ci rammenta ad ogni passo che il mondo non è statico, non è fisso, non è immutabile, non c’è niente di affidabile o prevedibile», dice. E proprio per questo vi è la necessità di essere vigili sul presente, di non lasciare che il mondo si ammali.

Ma il Mondo Nuovo non è solo questo, Soyinka a Chiasso ci ha portato le sue storie, i suoi libri, un mondo di arte e di parola – un mondo futuro che si augura e ci augura sia composto anche da quei «no» che come Leah riusciamo a dire, perché è qui che la paura diventa strumento. Alla parola se ne può aggiungere sempre un’altra, si può creare una comunità responsabile, fatta di tante singole persone che decidono di negare il proprio consenso e di dare il proprio sostegno all’altro per non farlo sentire abbandonato, per dirgli «non sei solo»: è un atto di coraggio, quel coraggio che sappiamo mettere al servizio dell’umanità, e che ci salva.