Per chi ha avuto l’occasione di leggere La trinità Bantu (66tha2nd, 2017), unico libro tradotto in italiano dello scrittore Max Lobe, l’incontro tenutosi alle 16:30 di sabato pomeriggio non è stata una sorpresa: la sua scrittura è agile, ironica, tagliente e intelligente, e così è il suo modo di parlare al pubblico.

Lobe è un autore di quella che è stata definita la «quinta Svizzera», ossia quella formata da chi è svizzero ma è originario di un altro paese, in questo caso il Camerun. Il giornalista Daniel Bilenko è subito entrato nel tema del nostro festival.Introducendo il discorso relativo allo studio fatto dall’Ufficio Federale di statistica riguardo a come vengono visti i Neri in Svizzera, il giornalista ha chiesto a Lobe di dare il suo punto di vista proprio sull’utilizzo della parola «Nero». Al posto di rispondere con indignazione, sentendosi offeso o infastidito, lo scrittore svizzero-cameruense ha risposto che trova sia più interessante parlare dei risultati dell’inchiesta, e di non capire perché si sia insistito così tanto su questo aspetto. «Cosa avrebbero dovuto usare? Di colore? Allora di che colore sono? Trovo siano cose molto superficiali che fanno parte del politicamente corretto – possiamo dire nero, mi puoi dire che sono nero – e anzi non hai bisogno di dirmelo perché io lo so già» ha detto divertito.

Il problema su cui bisogna soffermarsi non è quindi lo stereotipo, ma il pregiudizio. Il pregiudizio è un passo avanti. Il cliché è insito nella natura umana, aiuta a farsi delle idee; il problema è quando crediamo, cediamo, o ci abituiamo allo stereotipo senza verificarlo: come chi incontrando l’autore per le strade di Ginevra, vedendo i suoi dreadlocks  gli chiedeva spontaneamente dell’erba – pensando fosse uno spacciatore.

Per Lobe è la letteratura il luogo in cui non esistono tabù. Bilenko ha individuato una parola chiave nella sua scrittura: decostruzione. Nel caso della Trinità Bantu, si parla del famoso manifesto del 2007 , raffigurante le pecore bianche che scacciano la pecora nera.  Di fronte a un tema così sentito, l’azione è stata quella di decostruirlo, proponendo un’altra lettura: riderne. Questo non vuol dire stare sulla superficie delle cose, anzi. Nel libro si parla di tre cancri: quello della malattia della madre, della xenofobia, della disoccupazione. Ai tre tabù – del dire, del fare, del pensare – Lobe risponde con la scrittura.

Grazie alla presenza del traduttore Sandór Marazza – che sta attualmente lavorando al libro 39 rue de Berne, vincitore del Prix du roman des Romands 2014 – nell’ultima parte dell’incontro si è potuta avvicinare la questione della lingua, poiché quella francese è un insieme di diversi registri: quello francese più standard e quello francese parlato dagli africani; registri che non hanno sempre un corrispettivo in italiano, oltretutto considerando la presenza di forme dell’italiano usate solo in Ticino.

Dopo l’incontro, abbiamo raggiunto lo scrittore per qualche domanda.

Abbiamo visto che ne la Trinità Bantu si parla tanto di Svizzera – negli altri tuoi libri si ripresenta una certa ironia sulla Svizzera, una sorta di presa in giro dell’ “Elvezia” ?

Quello che volevo fare era dare il mio punto di vista il mio sguardo sulla Svizzera, dalla parte di uno straniero, di un Bantu. Non c’è nessuna volontà di criticare in modo negativo, ma semplicemente mostrare un altro volto della Svizzera, che è un paese che amo moltissimo.

La seconda domanda concerne invece il personaggio di Ruedi, compagno del protagonista, uno svizzero di famiglia ricca che nel romanzo fa fatica ad arrivare a fine mese, c’è anche qui una volontà di abbattere il tabù della povertà in Svizzera?

 

Ruedi è il mio ex – in tutti i miei libri ci sono elementi autobiografici – è una persona che ha fatto parte della mia vita e che mi ha fatto conoscere il cantone di Heidi. La scelta di trattare la povertà in Svizzera era un modo per mostrare quel lato che non sempre si vede, e dire agli amici europei: ragazzi italiani, ragazzi francesi, anche qui c’è chi va al Colis du coeur .

 

Durante la conferenza si è parlato tanto di politica, soprattutto svizzera. È un argomento che ti appassiona e segui ogni giorno. Com’è invece il tuo rapporto con quella del tuo paese, il Camerun, quello che hai definito durante la conferenza come una “Democratura”?

 

Ovviamente mi sono un po’ allontanato dalla politica camerunese. Quella svizzera mi interessa molto, ma non mi presenterò alle elezioni (ride). In quanto scrittore per me è molto interessante vedere come le cose evolvono. Non mi vedo a fare politica come attore politico, ma come scrittore sì. Credo che tutto quello che facciamo sia un gesto politico. Anche mia madre faceva politica, ma di questo non ne parlo.

 

Mara Travella