Alle 11:00 di questa mattina nella sala dello Spazio Officina si è tenuta la presentazione in anteprima del libro di Alberto Nessi, intitolato  Svizzera italiana. Quindici passeggiate letterarie (Edizioni Unicopli 2018). A introdurre l’opera ci sono state le attente parole di Marco Vitale, poeta, traduttore e consulente editoriale e di Fabio Soldini, saggista e critico letterario.

Pubblicata per la collana Le città letterarie, la raccolta di racconti s’ inserisce all’interno di un progetto che ha un preciso obbiettivo e perimetro d’azione: come ha spiegato Vitale, l’intento è quello di «capire fino a che punto la forma della città, delle singole città, trova riscontro nella letteratura: nel romanzo, nella letteratura di viaggio, ma anche – cosa certo più difficile – nella poesia».  Ed è per prendere parte a questa visione che Alberto Nessi ha scritto il suo ultimo libro.

Fabio Soldini ha poi messo in luce come con quest’opera l’autore ticinese si sia trovato a «fare i conti con il proprio paese, fra i due poli estremi: tra il “solo qui mi trovo bene” e “via il più lontano possibile”». Se Plinio Martini – ha fatto notare il critico –   diceva essere il Ticino «un luogo chiuso al Nord delle Alpi e al sud dal confine, come una “forma di formaggio che non prende aria e fa i vermi”»  Nessi  risponde che a questo serve la sua scrittura: a dare aria a questo nostro piccolo e chiuso territorio.

La prosa di Nessi ha una una componente che anche in un libro di prose brevi si fa presente: quella della lingua poetica. Non è solo il fatto che ogni racconto sia introdotto da diverse poesie a manifestarlo, ma ne è dimostrazione la possibilità di trovare, come ha illustrato Soldini, versi poetici all’interno di ogni testo.  Endecasillabi, ottonari e novenari, si trovano incastonati nella narrazione a dire di una voce che, come quella dei più grandi scrittori, sente la musicalità ancora prima della parola. E la poesia in Nessi si trova sempre a rasoterra, ai margini, lì dove non ti aspettavi d’incontrarla.

Proprio di incontri sono fatte queste quindici passeggiate: fra la prosa e  la poesia, fra la voce dell’autore e quella di autori svizzeri o stranieri  – senza dimenticare di cedere il passo ai racconti delle persone trovate nel cammino o durante un viaggio in treno. Nessi affronta, scavalca, abbatte quello di cui non si vorrebbe parlare. Con lo sguardo cauto, attento, che sempre gli appartiene  e con una prosa fine e ironica che gli è sua, il poeta ticinese ci accompagna in  questo libro a scoprire o riscoprire il nostro territorio. Partendo proprio da Chiasso, dove, come scrive l’autore nel primo racconto  «comincia la nostra diversità».

Come si lega il libro “La Svizzera italiana” con il tema del festival tabù?

Il tema del tabù è presente, anche se a volte in modo marginale: ma in qualche modo c’è, perché ad esempio la prima passeggiata letteraria, il primo racconto,(Luoghi e non luoghi, n.d.r.) tratta il tema della nudità, con le due statue presenti in stazione a Chiasso; nudità che –  si sa –  è un tema tabù. Un altro aggancio si potrebbe trovare per il fatto che io parlo dei migranti, un tema che anche si può definire scottante e che talvolta viene rimosso e considerato un tabù.

Durante la conferenza si è parlato del fatto che a differenza di altre sue opere, questa è nata su richiesta dell’editore. Mi interessa quindi la progettualità: come nasce l’itinerario di questo libro?

Mi proponevo di offrire un panorama della nostra letteratura ticinese, della svizzera italiana. Un po’ perché mi piace la letteratura ed è secondo me un delitto dimenticarla e poi perché la memoria di un paese dev’essere anche fatta di letteratura, di poesia civile. Noi siamo un paese civile fino ad un certo punto (se vediamo le svolte a destra che ci sono state di questi tempi direi che stiamo cadendo nell’inciviltà, ma questa è una mia opinione personale). Naturalmente, non è sufficiente fare poesia civile per essere poeti, anzitutto bisogna essere poeta, se anche civile, meglio. Se tu non sai armonizzare le parole fra di loro e fai solo retorica, o prendi solo posizione politica, non ottieni quello che desideri: dev’essere un’ unione dell’impegno poetico, letterario, linguistico, con quello civile. Il mio intento era questo. Ho fatto delle passeggiate, mi sono proposto di rappresentare tutto il paese in quindici passeggiate, e sì, a volte l’itinerario è cambiato cammin facendo.

Riprendendo le parole di Zanzotto, che diceva che si è passati dai campi di sterminio allo sterminio dei campi – due cose certo diverse, ma che dipendono da una stessa visione del mondo – volevo chiederle che importanza ha il paesaggio in quest’opera, com’è cambiato il nostro territorio?

È un paesaggio stravolto, ma resta la luce: l’erba cresce ancora. Non dobbiamo rifugiarci in questa teoria del degrado del paesaggio e non parlarne più. Anzi, dobbiamo valorizzare quello che è rimasto e cercare di preservarlo, far sì che non si continui a danneggiarlo. Non è un processo irreversibile, ma è fondamentale che se ne parli.

 

Mara Travella