Durante l’intervento è stato chiaro fin dal principio che parla moltissime lingue, particolarmente data la storia della sua famiglia. Qual è la sua relazione con la traduzione, in generale? Qual è la sua opinione sulle traduzioni dei suoi libri?

In generale sono soddisfatto sia delle mia traduttrici che dei miei traduttori. Devo ammettere che ho un’esperienza personale e diretta come traduttore, dato che io stesso ho tradotto il libro di un autore nigeriano dall’inglese al francese. Penso che la traduzione sia un lavoro autonomo. Infatti per tradurre un romanzo non basta trascrivere parola per parola, non si tratta di una semplice riproduzione o di una fotocopia da una lingua all’altra. I traduttori sono in verità scrittori loro stessi, con un proprio immaginario, che permettono ad un libro in lingua straniera di entrare in un’altra lingua. Io ho avuto la fortuna di lavorare con dei traduttori molto interessanti, talvolta scrittori loro stessi, o in altri casi esperti conoscitori della letteratura africana piuttosto che di quella francese. Anche se non mi posso esprimere riguardo alle traduzioni in coreano o in lingua ebraica, in generale posso sostenere di essere molto soddisfatto delle traduzioni dei miei libri. Ho un grande rispetto per il lavoro dei traduttori, e infatti penso che bisognerebbe offrir loro ancor più riconoscimenti, in quanto la traduzione è uno dei lavori meno remunerati nel mondo della letteratura. Il pubblico di oggi ha potuto leggere i miei libri soltanto grazie al lavoro dei traduttori, e questo andrebbe riconosciuto.

 

Penso che sarebbe d’accordo nel sostenere che la sua è una storia multi-culturale. Infatti ha vissuto in Africa, in Francia e ora lavora come professore negli Stati Uniti all’università di Los Angeles. Come armonizza queste diverse identità culturali nella sua scrittura? Pensa che la conoscenza di così tante lingue, paesi e culture sia un vantaggio?

Sì, penso che particolarmente per uno scrittore sia molto importante vivere esperienze su continenti diversi. Uno scrittore che viaggia può trasmettere nei propri libri una sensazione di cambiamento, di fraternità, d’incontro e una spinta verso la conoscenza delle culture di altri popoli. Uno scrittore immobile non potrà mai comprendere la cultura degli altri, o il resto del mondo. Io ho avuto la fortuna di essere nato in Africa, di aver vissuto in Europa e di essermi trasferito in America. Questi spostamenti mi hanno permesso di capire come si è evoluto il mondo. Questa conoscenza oggi mi rende ancor più felice delle mie origini africane. Sono un africano che vive in una casa con porte e finestre spalancate, per lasciare libera l’entrata a nuove culture. Penso che le mie esperienze e gli incontri fatti durante i miei viaggi mi permettano di capire veramente l’essere umano, e di non giudicare in base al colore della pelle, alla religione o alla politica.

 

Durante la conferenza ha menzionato la discriminazione delle persone di colore, fenomeno ancora oggi presente in Europa, particolarmente in seguito alle ondate migratorie. Pensa che sia possibile che queste persone, e le loro culture, vengano davvero accettate? Trova che l’Europa sia aperta ad abbracciare nuove culture e modi di vivere, o che piuttosto le persone vivano questo fenomeno come un dato di fatto che, pur non volendo, sono obbligati ad accettare?

Per quanto riguarda la Francia sono convinto che il popolo, o almeno una parte di esso, sia ospitale per natura e sia disposto ad accogliere chi soffre. Il problema tuttavia é la grande divisione creatasi all’interno della società francese, frutto dell’avvelenamento da parte della estrema destra e dei discorsi della famiglia Le Pen e dei partiti più radicali. I migranti posso effettivamente portare in Francia, come in altri paesi, nuove conoscenze e culture ma purtroppo alcuni politici vogliono convincerci che invece portano soltanto terrorismo, malattie e violenza. Sono cosciente che oggi spiegare il concetto di ospitalità come un elemento di crescita per la società, e di bellezza, possa essere complicato in un paese come la Francia, perché siamo stati invitati a vedere lo straniero come un nemico pubblico. Bisogna comprendere la storia del migrante, prima di criticare la sua decisione di abbandonare le sue origini. Le persone che in questo momento hanno deciso di migrare hanno preso questa decisione perché nel loro paese non possono vivere a causa di guerre, dittature e intolleranza. Abbandonano il proprio paese nella speranza di cercare un certa dignità all’estero, e decidono la loro meta in base ad una lista di paesi che rappresentano l’idea di libertà, e la Francia é uno di questi. Purtroppo però assisto tristemente da qualche anno ad uno spettacolo terribile in Francia rispetto a questo tema. Per questo trovo che le critiche avanzate a paesi come la Germania, che recentemente ha accolto il maggior numero di migranti siano ingiuste e infondate.

 

Pensa che le difficoltà che ci sono in un continente grande e frammentato come l’Africa siano uno dei principali motivi per cui la letteratura africana é, purtroppo, ancora oggi semi sconosciuta in Europa? Pensa che potremmo migliorare i nostri meccanismi di censura per diffondere la cultura africana?

Non penso che la censura sia il problema, ritengo piuttosto che ci sia stata molta indifferenza da parte di alcune istituzioni culturali europee nel confronti dell’Africa e della sua cultura. Queste istituzioni, convinte che l’Africa non fosse un paese di cultura, ma semplicemente un popolo barbaro, selvaggio, incline talvolta al cannibalismo, si sono convinti che gli africani non fossero in grado di scrivere libri, che non fossero in grado di concepire un pensiero intellettuale e che quindi una letteratura africana non potesse esistere. Questo pregiudizio trova le sue radici già ai tempi della colonizzazione, e bisogna ricordare che i libri pubblicati a quei tempi non furono il frutto della letteratura africana, ma piuttosto di un’influenza europea. Oggi però grazie all’avvento di Internet tutto il mondo é in grado d’informarsi senza pregiudizi, in modo veloce e confrontando più punti di vista riuscendo così a conoscere davvero ciò che ci interessa. I mezzi di comunicazione odierni, più aperti, ci permettono di combattere i pregiudizi.

Quindi anche la letteratura aiuta a combattere questi pregiudizi e a sfatare miti fasulli?

La cultura esclude in principio i pregiudizi, ne mette in relazione le passioni e gli interessi; e poi al giorno d’oggi abbiamo la fortuna di avere molte più libertà di quante ne avevamo in passato, siamo liberi di ascoltare e leggere chi più ci piace senza doverci sentire fuori luogo. Oggigiorno il mondo é sviluppato e ci si rende conto che é necessario comprendere la cultura di altri popoli, talvolta per comprendere sé stessi. Gli europei stessi ammettono che per conoscere l’Europa é necessario conoscere l’Africa, dati i passati storici dei due continenti.

 

Secondo lei c’é qualche relazione tra il bosco, tema di quest’edizione, e la città che a volte diventa una giungla, una foresta, tema tanto importante nei suoi libri?

Si può dire che la foresta é come una vera e propria città, con tutti i suoi abitanti e le sue regole. Gli africani vivono i simbiosi con essa, la foresta infatti fornisce loro cibo e medicine. Al contempo, é sempre nella foresta che siamo stati sterminati, dai colonizzatori e dagli schiavisti, nel corso dei secoli. Sempre la foresta però ci ha permesso di nasconderci, di ripararci. La foresta é quindi una meraviglia, ma allo stesso tempo una sventura. Mi ricordo, quando ero piccolo, la lunghissima lista di permessi da chiedere per poterci entrare, senza la quale un bambino si sarebbe perso e non sarebbe mai più tornato a casa, tanto intricata era la strada senza una guida. Io conosco tante storie di persone che dalla foresta non hanno mai fatto ritorno, in particolare molti cacciatori che andavano a cercare cibo. La foresta quindi la ricordo con paura, ma anche con felicità, quando per esempio accompagnavo mio zio. Quando sono sono venuto a conoscenza del tema della manifestazione, sono dovuto venire in Svizzera! In Africa la foresta fa parte della tradizione, della cultura e della famiglia: molti credono che dopo la morte ci si potrebbe reincarnare in un albero, o in un animale. Perciò siamo sono molto rispettosi nei confronti della foresta, e si abbatte nulla se non viene piantano subito qualcos’altro. Per gli africani la foresta é sempre stato un luogo di rispetto, che spiega probabilmente perché gli africani stessi siano stati i primi “ecologisti”, ancor prima degli europei.

 

 

Intervista di Sofia Monleone
Foto di Omar Cartulano