Durante il suo intervento ci ha descritto il mondo del Nord, un mondo di distanze e piccole comunità, dove la tradizione della letteratura scritta è abbastanza recente. Come vede questo mondo, dove sembra difficile immaginarsi dei cambiamenti, in confronto al tema cambio/change/wechsel della decima edizione di Chiasso/Letteraria?

In realtà il mio mondo è cambiato moltissimo e molto rapidamente, molto più del vostro mondo qui, in Svizzera. Mio padre è cresciuto circa 70 anni fa in povertà, viveva nei campi, non aveva accesso all’elettricità, non c’era la radio nè la televisione. Non c’era niente. Invece ora viviamo una vita moderna, abbiamo automobili e computer. Il cambiamento della società è avvenuto estremamente in fretta, e il Nord sta ancora vivendo una fase di cambiamento.

 

Ha sostenuto di non essere un tipico autore svedese, sia per ragioni storiche dovute allo sviluppo ritardato della letteratura scritta nella sua zona, ma anche per uno sviluppo naturale della sua poesia che attraverso un processo da lei definito divertente e dinamico si è trasformato nelle sue opere più recenti, “L’uomo che morì come un salmone” ed anche “La piena”. Quali sono le influenze che più hanno segnato il suo lavoro?

Penso che il mio lavoro abbia molte influenze, ma quella più forte è sicuramente la tradizione orale che ancora vive nel mio paese, dove le storie vengono ancora raccontate intorno ad un tavolo, quasi come da cantastorie. D’altra parte i libri che ho letto crescendo hanno indubbiamente influenzato la mia scrittura, sia la letteratura diciamo internazionale che la letteratura svedese. Apprezzo tantissimo le opere di Mark Twain, ad esempio. Mi sono ispirato anche ai film, persino i film di Hollywood che ho visto, oppure agli spettacoli di teatro a cui ho assistito. Qualsiasi situazione in cui sento una storia, che può essere un libro ma anche una semplice persona incontrata per caso per strada. Ho una memoria molto buona per i racconti, mi ricordo in modo naturale qualsiasi storia mi venga raccontata, non devo scrivermela. E racconto a mia volta a qualcun altro le storie che ho sentito; per esempio racconterò la storia di questo viaggio in Svizzera quando tornerò a casa, ma magari cambierò qualche dettaglio.

 

L’umorismo è importantissimo in tutti i suoi libri: questa è stata per lei una scelta stilistica, o piuttosto un’evoluzione naturale della tradizione orale in cui è fondamentale attrarre l’attenzione e divertire il pubblico?

È sicuramente un processo naturale. Penso che qualsiasi letteratura sia molto noiosa senza alcuna forma di umorismo, e sono quasi sicuro che c’è della comicità in tutta la letteratura in generale. Persino Franz Kafka all’interno delle sue storie estremamente tragiche inserisce dell’umorismo. Ad esempio, la storia di un uomo che viene trasformato in un insetto è quasi un racconto d’orrore ma può anche essere considerato comico quando la moglie cerca di schiacciarlo e ucciderlo. Persino gli autori più tragici e tristi, come Dostojevski, utilizzano tecniche di umorismo. È davvero difficile trovare storie che non abbiamo nessuna forma di comicità al loro interno.

 

Una domanda più sociologica: pensa ci sia una differenza fra l’approccio che le persone hanno l’una con l’altra qui in Svizzera, o in Italia, e il modo in cui discutono, in confronto alla sua comunità in Svezia? Probabilmente le persone qui sono meno spontanee e più individualiste in confronto ad una piccola comunità dove tutti si conoscono. Questa differenza la sente, e come reagisce?

Penso esista una differenza, ma è molto complicato. Voi che vivete in grandi città (io considero anche Chiasso parte di questa categoria, perché siete molto vicini a città grandi come Milano), dove la società è più concentrata, diventa una società di individui anonimi. Ho vissuto un anno a Stoccolma, e ho notato come le persone non si salutano fra di loro in mezzo alla strada. Invece dove vivo e sono cresciuto io salutiamo anche i turisti o le automobili. È una maniera personale di stabilire un contatto.

D’altra parte però persone cresciute in queste piccole comunità posso essere molto timide quando incontrano persone o situazioni nuove. Io ho imparato da solo a non essere più spaventato da esperienze nuove, perché ormai le ho affrontate molte volte.

Chi vive in grandi città è più abituato ad avere determinati comportamenti quando si trova in società, e in situazioni simili. Penso che voi siate più garbati. Per esempio, nella mia comunità, in occasione di una cena quando è tutto al centro del tavolo e ognuno si deve servire, nessuno è abituato ad aspettare gli altri e tutti si siedono ad abbuffarsi per prendere subito il secondo piatto. Sto insegnando ai miei bambini di guardare se anche gli altri hanno avuto occasione di servirsi, prima di mangiare.

Nelle piccole comunità può succedere che uno straniero si domandi “ma sono veramente il benvenuto?” dato che nessuno lo saluta, e magari sono tutti un po’ timidi. Ed è davvero il benvenuto, ma le persone sono davvero molto timide, soprattutto gli anziani. L’aspetto più negativo delle piccole comunità come la mia è la distanza: il mio figlio maggiore inizierà fra poco l’università, ma quella più vicina è a 1000km dal nostro paese. E mi rendo conto che non potrò vederlo più così spesso, durante i suoi studi.

Trovo che però nelle grandi città ci siano dei grossi problemi per il traffico. Forse in Italia è più marcato che in Svizzera, però ho notato che le persone sono molto aggressive quando guidano. Non capisco perché non possono stare più tranquilli; sicuramente è anche perché dove vivo io non ci sono tante automobili come qui.

In ogni caso ci sono sempre sia aspetti positivi che aspetti negativi nel vivere in comunità simili.