Ha parlato del cosiddetto “patto del silenzio”, come risultato delle vicende vissute dalla sua famiglia, e del suo tentativo di “rivendicare”, per così dire, questo silenzio con l’arte, con i suoi spettacoli e con i romanzi che ha scritto. Pensa che sia la responsabilità della letteratura stessa non solo di tramandare ai posteri, ma di ricordare la memoria? Il consigliere di Stato Manuele Bertoli, durante l’inaugurazione, ha sostenuto che la memoria è l’elemento di connessione fra la storia e la letteratura; le pensa così anche lei?

Sì, ma non esiste ovviamente soltanto la memoria. La letteratura si ciba di molte altre cose, come la creatività e la fantasia; in ultima istanza però si può considerare che anch’esse hanno radici nella memoria. Per questo penso che la memoria all’interno della letteratura abbia un aspetto centrale. La letteratura ha la qualità, un po’ come il teatro, di non essere la realtà, ma di essere piuttosto un modo di raccontarla. Per questo io vedo una connessione fortissima fra le due, probabilmente non esisterebbe letteratura senza memoria; sarebbe una letteratura inconsapevole, più rudimentale.

Durante il suo intervento ha nominato più volte l'”ironia ebraica”, e soprattutto il carattere ironico di suo nonno che aiutava a superare tutto. Ha detto poi che lei stesso ha un carattere ironico e comico, e che la comicità ha spesso un aspetto farmacologico. Nel caso della sua famiglia, è come se la nuova generazione sia quasi la cura, il riscatto, di coloro che hanno sofferto: condivide questo pensiero?

Ribadendo quello che ho sostenuto durante la conferenza, la comicità è farmacologia perché il comico lavora con ciò che non funziona, ed è storto. Se vediamo una persona che inciampa e cade ci fa ridere, se invece prosegue dritto ci lascia indifferenti. La comicità è un modo di leggere e superare il dolore, in qualsiasi sua dimensione, nel piccolo, nel medio e nel grande. Si pensa spesso che vi sia una paradossale contraddizione fra tragedia e comicità, mentre invece sono dirimpettai, quasi vicini di casa. Attingono entrambi dallo stesso baule che è quello del valore dell’imperfezione. Questa parentela è quasi automatica: vivendo una tragedia, e avendo la fortuna di poterla superare, non si può che agire attraverso l’ironia.

È possibile che il mio carattere comico e ironico sia un riscatto per mio padre, ma lui in realtà si è già riscattato da solo. Essendo armato a sua volta di questa ironia, ed essendone armato mio nonno, ed essendo evidentemente un tratto comune nella famiglia probabilmente dovuto ad una certa dimestichezza con la sfiga e con le cose che vanno male, è diventato un modo comune di affrontare le cose. Naturalmente non si ride sempre, o nei momenti meno opportuni, ma appena si può si cerca il lato buffo, paradossale e grottesco, che forse serve a minimizzare e affrontare gli ostacoli. Io lo paragono quasi ad un’arma “antipatico”, come quelle maniglie che si spingono da dentro.

Scurati durante il suo intervento ha sostenuto che preferisce la letteratura di finzione, ad una letteratura che dissimula la sua finzione. De Cataldo sostiene invece che inevitabilmente la letteratura attinge dalla realtà, per riuscire a comunicare. Io volevo chiederle come si pone lei rispetto al realismo e all’importanza della memoria storica nei suoi libri, contrapposto alla letteratura di finzione?

Io ho scritto soltanto un romanzo prima di “Quando tutto questo sarà finito”, che forse non è nemmeno un romanzo. In quella occasione ho inventato dei personaggi e delle storie, ispirandomi però fortemente alla realtà. Come detto prima tuttavia la letteratura non è la realtà; la televisione oggi dovrebbe essere lo strumento più vicino alla riproduzione del reale, anche se bisogna sempre considerare il contesto. La letteratura ha dei codici a sé stanti. La storia di “Quando tutto questo sarà finito” l’ho scritta facendo comunque un’operazione letteraria: ho costruito e ho finto di essere un “io” narrante, per poter entrare nella storia ed utilizzare gli strumenti della letteratura. Come il cinema, che vuole appassionare e sorprendere, vuole fare in modo che lo spettatore desideri sapere come va a finire, vuole trasmettere chi è il buono e chi è il cattivo: ci sono delle regole. Tentare di prendere le distanze, e cercare di distaccare la storia dalla finzione, secondo me sono artifici poco pratici. La verità è che ci vuole una coscienza, delle memorie, delle radici e sostanzialmente delle cose da dire. Una delle cose più belle che mi disse il mio professore di italiano, e che ricordo ancora vivamente, è stata: “ricordati che per scrivere devi sapere che cosa scrivi”. Sembra un po’ una scoperta dell’acqua calda, ma è proprio così invece: bisogna sapere da dove vieni e dove vai, e in particolare qual’è il tuo obiettivo come autore. Secondo me questa è la forza della letteratura.

Probabilmente il mio prossimo appuntamento sarà di totale fiction, data la mia recente immersione in una realtà che ho cercato di romanzare, non aggiungendo fatti inesistenti, ma semplicemente rendendo la cronaca, il racconto davanti ad un bicchiere di vino, una sceneggiatura.

Manuela Fulga intervista Gioele Dix