Dato che ci troviamo ad un festival di letteratura la prima domanda vorrei collegarla ad una sua affermazione fatta durante la conferenza: “viviamo in una realtà in cui la parola “cultura” è diventata quasi una parolaccia”. Quali sono state secondo lei le ragione che hanno portato a questo, e personalmente, come autore, come cerca di combattere questo pregiudizio?

L’ignoranza prospera dove non c’è cultura; c’è interessa a speculare sull’ignoranza perché se ne può trarre, brutalmente, massa di manovra per lavorare, voti per essere eletti e via dicendo; si hanno quindi gli interessi per mantenere la gente nell’ignoranza, in modo da poterla manipolare meglio, allontanandola dalla cultura. Da qui un certo sentire comune che la cultura è roba da sfigati e che con la cultura non si arriva da nessuna parte. Noi, uomini di penna, scrittori ma anche uomini di spettacolo abbiamo il dovere di combattere contro questa deriva. Non tanto nel nostro interesse, perché a noi la cultura arricchisce l’esistenza, quanto nell’interesse dei giovani. Non c’è niente di più difficile che spiegare ad un ragazzo che la cultura non è roba da sfigati, io ho difficoltà a farlo persino con mio figlio, ma è il dovere che abbiamo.

Durante il suo intervento ha parlato dell’importanza della metafora, e come essa aggredisce e riproduce lo spirito dei tempi: potrebbe approfondire questo suo pensiero?

Quando si racconta una storia, anche se si tratta di una storia di fantascienza, l’autore è sempre ispirato dal reale, da ciò che accade nel mondo, o in mondo passato, o in un mondo lontano. Tutto questo è poi filtrato attraverso la sensibilità di ogni autore. Lo strumento fondamentale dell’autore è la metafora: non la riproduzione della realtà o il resoconto di una storia o di un evento, perché questo è il lavoro del giornalista, dello storico, dell’analista; lo scrittore invece deve aggiungere qualcosa di suo, dando un segno, una chiave di letturam che io definisco appunto metafora, degli eventi che sta mettendo in scena. Se si applica questa formula alla storia, lo sforzo condurrà ineluttabilmente, quasi al di là della propria volontà, a catturare lo spirito del tempo.

Antonio Scurati ha detto ieri che preferisce la letteratura di finzione ad una letteratura che dissimula la sua finzione; lei ha menzionato durante il suo intervento “print the legend”: come la pensa a proposito?

Vecchia e affettuosa polemica con Scurati che si illude di scrivere romanzi completamente di fantasia, e in realtà ha pescato nel Risorgimento, nel terrorismo, nell’acqua alta di Venezia per il suo romanzo di fantascienza, nel caso di Brescia per “Il bambino che sognava la fine del mondo”, nella sua vita personale per “Il padre infedele”. Quindi lui fa la stessa cosa che faccio io, denunciandola in modo diverso: per questo ne abbiamo polemizzato affettuosamente.

“Print the legend” viene da un film “L’uomo che uccise Liberty Valance”: è la storia di un signore che ripercorre l’epopea del West, e si accorge che le cose non sono andate in realtà come la retorica le ha consacrate. Qualcuno però gli consiglia di non rovinare una bella storia con la verità. Io penso che bisogna avere due idee molto chiare: quando si scrive un articolo per il giornale bisogna essere obbiettivi, nei limiti che la soggettività consente; se invece si scrive un racconto si ha tutto il diritto di fornire la propria chiave di interpretazione della realtà, la propria metafora, e distaccarsi. Lo stesso Tolstoj ha detto: “La storia sarebbe una bella cosa se fosse vera”, e parlava della Storia con la “S” maiuscola.

Ha confermato, durante la conferenza, che vi è stato un entusiasmo giovanile durante il Risorgimento, e che anche oggi si “sente” che i giovani si stanno risvegliando, ma che comunque si tratta di una generazione rassegnata. È possibile secondo lei un ritorno, anche se quest’ultimo l’ha definito antistorico?

Il ritorno antistorico è legato alle frontiere, alle Leghe, al difendersi dallo straniero, che io non penso possibile. Io invece mi auguro un ritorno all’entusiasmo giovanile. Se ne coglie qualche segnale, per il momento confuso, contraddittorio, impreciso, figlio dei tempi e di una scarsa cultura, di una scarsa conoscenza e per questo anche aperto ad una possibilità di manipolazione. Tutto il male che vi pare, ma meglio che vedervi sdraiati su quel divano davanti alla televisione.

Manuela Fulga intervista Giancarlo de Cataldo