Ha sottolineato, durante il suo intervento, l’importanza della dimensione locale per l’educazione della morale, dicendo anche che la globalizzazione non devasta le realtà locali. Come convivono secondo lei questi due principi, in un mondo sempre più convergente dal punto di vista culturale, sociale e tecnologico? Non esiste, in questo caso, un forte pericolo di conformismo a livello globale?

Questo pericolo sicuramente esiste, ma la verità è che la globalizzazione stessa crea anche localismo. Molto spesso uno degli effetti della globalizzazione è proprio il ritorno dei localismi. Il punto è che bisogna ricordare due cose: prima di tutto la globalizzazione c’è sempre stata, qualcosa è cambiato, ma esiste da molto tempo; secondariamente la gente si adegua, si difende e risponde alla globalizzazione. La gente non è direttamente vittima della globalizzazione, c’è una grande possibilità di risposta soprattutto in culture che sono ancora molto compatte. L’India ad esempio ha affrontato questo fenomeno, ma rendendolo suo, e “indianizzando” moltissimo la globalizzazione stessa.

Abbiamo visto che le connessioni fra i centri urbani sono aumentati molto negli ultimi anni, e pure sta aumentando la concentrazione della popolazione nelle città. Ha parlato proprio del “ritorno alle città” data la cresciuta importanza di queste zone urbane. Non pensa che sia quasi paradossale, dato che si creano dei problemi di urbanizzazione, quando le connessioni aumentano a livello globale?

È necessario ricordare che le connessioni aumentano in realtà solo per una parte della popolazione mondiale, quelli che possono spostarsi lo fanno, e oggi quando la gente si sposta lo fa per sempre, principalmente dai paesi dal sud a quelli del nord. C’è indubbiamente una tendenza all’urbanizzazione molto forte perché le città sono diventate il luogo dov’è più facile sopravvivere, ma questo è dovuto ad uno sfacelo generale del pianeta. La situazione non è auspicabile, ma è la filosofia del presente: la tendenza all’urbanizzazione è scaturita dalla maggiore vivibilità delle città rispetto alle campagne. L’agricoltura è stata fortemente penalizzata. Probabilmente tutto questo porta ad un maggiore isolamento, perché la gente non viaggia più fra paesi, ma lo fa per insediarsi nelle città.

Ha parlato del ritorno all’importanza della dimensione fisica delle città, come luoghi di creazione della morale, soprattutto per i collegamenti alla democrazia, citando i movimenti in Egitto e in Turchia legati a dei luoghi specifici. Poi ha contrapposto l’esempio di Parigi. Ha sostenuto anche che ai momenti di aggregazione la gente non dà titolo politico. Come si inserisce tutto questo nel contesto storico/sociale europeo attuale?

Per esempio: andare a fare la spesa in una drogheria non è un fatto politico, oppure andare al bar. Tuttavia la presenza di bar, di caffè e di negozi di prossimità crea un tessuto umano molto forte su cui è possibile che si sviluppino argomenti politici. All’interno delle città vi sono luoghi, dimensioni fisiche, che in qualche modo offrono una possibilità per intervenire e danno voce alla gente. Però quello che sta accadendo è che gran parte dei regolamenti urbani, come ad esempio Parigi, ma anche altre città europee, o in quelle americani, cercano di impedire questa dimensione di socialità.

Nel porle questa domanda avevo pensato al caso italiano dei discorsi in Piazza di Giuseppe Grillo, vi è un collegamento secondo lei?

Grillo crede molto nel web, e crede molto meno nella piazza. In pratica usa la piazza solo per fare monologhi, ma non è il luogo adatto a questo. Lui è convinto che il web sia il luogo della democrazia, e che la piazza sia il luogo dello show. Però questo è un concetto vecchio e superato. L’unica novità sarebbe il web, ma il web non è quello che lui pensa, sicuramente non è un luogo per la democrazia. Può essere un luogo di consenso, di diffusione di idee, ma non si può creare democrazia nel web, perché essa si crea col confronto, con la vicinanza, e con il dibattito fisico delle persone. Se Grillo volesse creare un grande movimento cittadino dovrebbe creare luoghi fisici, ma non lo sta facendo.

Manuela Fulga intervista Franco La Cecla